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Mercoledì, 8 Dicembre 2021
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"Creiamo foreste di bambù in Italia per rivoluzionare il mondo delle bioplastiche. E non solo"

Intervista a Mauro Lajo, che con la sua azienda ha puntato tutto su questa pianta. Ecco la sua storia

Il bambù può essere un alleato dell'Unione europea nella sua lotta all'inquinamento da plastiche. E l'Italia potrebbe guidare questa svolta. Ne è convinto Mauro Lajo, vicepresidente di Forever bambù, azienda nata nel 2014 tra il Piemonte e la Toscana che ha investito su questa pianta. Con successo. Lo dimostra la crescita degli affari, che non si sono arrestati neanche con la pandemia, anzi: nell'ultimo anno hanno aperto due nuove società, piantumato cento ettari nuovi, ed entro il 2022 si quoteranno in borsa. “Il bambù può essere il prodotto del futuro perché rispetto alle altre piante, a parità di superficie, la quantità di biomassa che sviluppa, e quindi la quantità di prodotto che si può produrre, non ha eguali”, assicura Lajo.

Dove coltivate le vostre piante?

Noi siamo in Piemonte e in Toscana, abbiamo 188 ettari totali e siamo l’unica azienda italiana ad averli su terreni di proprietà esclusiva. Per la coltivazione di bambù più che il clima è importante la disponibilità di acqua e il tipo di terreno: nei primi anni necessitano di una cura maniacale, come un bambino piccolo. La cosa interessante è che il bambù nasce come filo d’erba: in realtà non è un albero, ma un’erbaccia. Che però arriva a 25 metri d’altezza ed è il prodotto del futuro.

Che funzioni ha il vostro bambù?

Sono molteplici: primo tra tutti il sequestro della Co2, perché il bambù gigante ha una capacità di pulizia dell’aria 36 volte maggiore rispetto a quella di un bosco tradizionale. I germogli vanno sul mercato alimentare, e infine la canna può essere usata in moltissimi modi perché è una materia prima a tutti gli effetti. Con la fibra possiamo produrre bioplastica, cellulosa per la carta o tessuti dopo averla filata. Possiamo spingerci oltre e pensare alle strutture edili, travi, pilastri, mobilio, accessoristica, parti di auto o barche. Le possibilità sono infinite.

Tra queste funzioni c’è anche quella sostitutiva delle plastiche monouso?

Il prodotto base può esso stesso sostituire alcuni oggetti in plastica: le cannucce, per esempio, che si possono ricavare direttamente da piccole canne di bambù. Vanno lavorate pochissimo. Altrimenti noi stiamo creando tre tipologie di bioplastiche con la fibra del bambù: una è un mix di fibra di bambù e polimero di plastica riciclata. Una invece nasce da bambù e da un polimero bio-based ma non biodegradabile. E il terzo, un prodotto biodegradabile fatto di fibra di bambù e di un polimero che potrebbe venire dal mais o altri derivati totalmente compostabili.

Sono prodotti che possono raggiungere la grande distribuzione e diventare di uso comune?

Ad oggi nche se diventasse di uso comune non avremmo una capacità di produzione tale da soddisfare il mercato che oggi è coperto dalla plastica, anche biodegradabile. Ma non è escluso che nel futuro la produzione a livello globale, soprattutto in Africa, aumenti, e si possa così importare la fibra. Comunque sia la possibilità c’è, perché anche se io rasassi a zero un ettaro di bambuseto l’anno seguente lo avrei in piena forma, alto come l’anno prima: questa è la grande potenza del bambù. Le dico anche questo: il nostro obiettivo non sono le bioplastiche compostabili. Noi vogliamo produrne di durevoli, per togliere davvero la plastica dai nostri mari e dal nostro ambiente. Immaginiamo sedie, tavoli, pavimentazione, stock di materiali industriali dove la Co2 rimanga stoccata per venti o trent’anni.

Per questi grandi obiettivi che avete serve il supporto delle istituzioni, e dell’opinione pubblica. C’è, questo supporto?

Per quanto riguarda l’opinione pubblica direi proprio di sì. A oggi abbiamo 50 soci, al 98% cittadini italiani della classe media che hanno deciso di investire nell’ambiente e in qualcosa che possa fare del bene. Ci sono anche dei grandi investitori, famiglie che hanno impegnato cifre importanti. Sulle istituzioni stiamo cercando delle interlocuzioni. Il ministero della Transizione ecologica sarà nostro ospite settimana prossima, e abbiamo cercato un incontro anche con il Mise, perché noi di innovazione ne facciamo tanta. Se invece mi chiede se Forever Bambù sia arrivata dove è ora grazie all’appoggio della pubblica amministrazione devo dirle di no: non abbiamo mai ricevuto un euro di finanziamento e nessuno ha mai spinto per noi.

Nel 2020 e nel 2021 avete deciso di investire: come?

Sì, abbiamo deciso di essere protagonisti della ripresa con il comparto di bambuseti più grande mai realizzato. Inizieremo la piantumazione lunedì, in provincia di Grosseto: abbiamo acquistato un terreno da 103 ettari, di cui una quarantina saranno impiantati nel 2021 e il resto nel 2022. Sarà il più grande d’Europa. Abbiamo potuto comprare grazie alle due nuove società create nel 2020, la Forever Bambù 27 e la 28. Sono state subito collocate in un portale di equity crowdfunding e grazie al clima generale di attenzione verso la sostenibilità in dieci mesi abbiamo raccolto undici milioni di euro: l’azienda che ha ottenuto  più di sempre in tutta Europa, Regno Unito compreso. Nel momento di difficoltà siamo riusciti a non tirarci indietro, ma abbiamo fatto una scommessa vincente approfittando di un momento positivo per i temi ambientali. E ora il futuro ci sorride: le nostre due nuove società, oltre che di nuovo bambuseto, si occuperanno di acquisizioni strategiche legate al mondo green. Presto tutte le 28 società si fonderanno in Forever Bambù SpA, con l’obiettivo di quotarci in borsa l’anno prossimo.

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