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Martedì, 25 Gennaio 2022
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A Bergamo una rete per dare un futuro ai giovani che non studiano e non lavorano

In Italia il fenomeno dei NEET è preoccupante e molto oltre la media europea: quasi il 30% di ragazzi e ragazze tra i 20 e i 34 anni non studiano né lavorano

Hanno abbandonato gli studi e non stanno lavorando, ma nemmeno sono alla ricerca di un impiego: sono i NEET, ragazzi e ragazze tra i 15 e i 29 anni che per i motivi più diversi non hanno trovato la propria strada. Qualcuno perché scoraggiato, qualcuno per difficoltà fisiche o psicologiche, altri perché provengono da un contesto familiare difficile. È un fenomeno che riguarda molto spesso anche i migranti, e soprattutto le donne.

Secondo un recente studio di Eurostat, la situazione italiana è drammatica: siamo il Paese europeo in cui la percentuale di NEET è più alta. La media italiana di giovani tra i 20 e i 34 anni che non studiano e non lavorano nel 2020 era il 29,4%: quattro punti percentuali peggio della seconda in classifica, la Grecia. La media europea si ferma al 17,6%. Il record in negativo in Italia è tra le donne di età compresa tra i 30 e i 34 anni: il 39,8% non è impegnata. Per fare un paragone guardiamo ai Paesi Bassi, in cima alla classifica: solo l’8,2% dei suoi giovani non studia né lavora.

Una situazione resa ancor più difficile in tutta Europa dalla pandemia da Covid19, che però ha avuto un impatto minore rispetto alla crisi finanziaria globale del 2008. Proprio per far fronte a questa emergenza il territorio si è attivato e ha messo in rete le proprie competenze: è il caso del Patronato San Vincenzo di Bergamo.

Il progetto Net-work for NEET

Siamo a Bergamo, una delle città più colpite dalla pandemia. Qui è nato un progetto che mette in rete enti e competenze per avviare al lavoro o alla formazione due diversi tipi di utenti: i ragazzi tra i 16 e i 18 anni che non frequentano la scuola pur essendo in obbligo formativo, e le giovani donne maggiorenni che per un vissuto di migrazione o di condizioni familiari non favorevoli non si sono mai avvicinate al mondo del lavoro o dell’istruzione. Per il momento sono state coinvolte sette donne e undici giovani, ma secondo i responsabili del progetto i numeri sono destinati a crescere.

Ne abbiamo parlato con Giuseppe Alberghina, che lavora all’Associazione Formazione Professionale del Patronato San Vincenzo, capofila del progetto finanziato dall’ente privato Fondazione Istituti Educativi di Bergamo. “Il progetto di per sé non introduce grandi novità” spiega Alberghina. “Ma fa una cosa importante, mai fatta prima: mette in rete tutti gli enti territoriali interessati, per creare un network di ingaggio, supporto e tutela dei NEET di Bergamo”.

La rete è formata da tre grandi attori: il mondo del Patronato con il suo ruolo di formazione professionale e inclusione sociale, l’Informagiovani che da ente pubblico raggiunge le persone in difficoltà, e infine il Consorzio Solco con le cooperative che rappresenta. “Sono tutti attori del territorio che in qualche modo già fanno un intervento contro il fenomeno NEET” dice Alberghina. “In questa occasione si sono ingaggiati a vicenda per azzerare la dispersione informativa”. Che, in queste situazioni, è spesso l’ostacolo maggiore: i partecipanti al progetto Net-work for NEET si parlano con strumenti, linguaggi e database comuni: “abbiamo per esempio creato una scheda di segnalazione comune sia dei potenziali beneficiari che delle competenze richieste”.

Quindi ci sono enti che segnalano ragazzi o giovani donne che hanno bisogno di un intervento e ci sono enti che possono fornire lavoro o formazione, aziende profit o non profit che possono accoglierli con le giuste competenze. Nel messo c’è il mondo dei classici servizi al lavoro, quindi orientamento e formazione per tirocini, stage o assunzioni dirette, dove i livelli di autonomia della persona lo permettono. Qui si inserisce in realtà l’innovazione portata da questo progetto: il coach di rete. “È una figura diversa da quella dell’orientatore o dell’educatore” spiega Albergina. “Perché conosce la rete e gli attori del territorio, e la usa per accompagnare i beneficiari del progetto, per cui è una guida individuale”. Per trovare i coach di rete è stata fatta una call pubblica di ingaggio, da cui sono state selezionate quattro persone che conoscono le necessità di entrambi i tipi di beneficiari, i ragazzi o le giovani donne.

“Con il Covid abbiamo subito un rallentamento di quasi un anno” dice Albergina. “Le azioni sono riprese a inizio 2021. In questi mesi abbiamo creato la rete e abbiamo fatto la formazione dei coach”. Sono anche in fase di progettazione i primi due corsi di formazione: uno per operatore della logistica con competenze digitali, in collaborazione con Leroy Merlin, e uno di assistenza familiare. “In sostanza la nostra è un’azione sperimentale, coperta a livello finanziario fino a fine 2022: quello che però vogliamo fare è renderla un modello codificato, che può essere pubblicato, esportato e diffuso in tutta Italia”, spiega Albergina. Per questo sono necessari finanziamenti pubblici e privati, ma soprattutto un territorio attivo con risorse flessibili: un intervento centrale preordinato non è più pensabile. “Soprattutto oggi, dopo il Covid, quando è ancora più difficile trovare ed interpretare le necessità dei NEET, che a loro volta sono ancora meno in grado di esprimere i propri bisogni. Serve una rete territoriale che possa mettere insieme domanda e offerta” conclude Alberghina.

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