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Domenica, 26 Giugno 2022
La guerra energetica

L'Ue verso lo stop al petrolio russo (ma solo dal 2023)

Bruxelles pronta a varare l'embargo nel sesto pacchetto di sanzioni. Ma l'Ungheria resta contraria

Dopo il carbone, l'Unione europea potrebbe colpire questa settimana un altro dei punti forti dell'export energetico russo, il petrolio. Gli ambasciatori dei governi dei 27 Stati membri stanno negoziando tempi e modalità di attuazione dell'eventuale stop alle importazioni del greggio, che di certo assesterebbe un duro colpo all'economia di Mosca. Ma che avrebbe ripercussioni anche su quella dell'Ue. Per questo, l'ipotesi più probabile è che l'embargo, come già stabilito per il carbone, non avverrà nell'immediato, ma gradualmente. E a partire dal 2023.

Nei corridoi di Bruxelles, in tanti sottolineano che a opporsi a uno stop immediato sarebbero governi di "peso" come quello tedesco, ma anche quello italiano. Nelle ultime ore, però, sembra che Berlino abbia cambiato strategia, comunicando pubblicamente di essere a favore dell'embargo. Una mossa che sta facendo emergere altre complicazioni intorno alla sanzione sul petrolio, in particolare un certo imbarazzo da parte degli Stati Uniti, che avrebbero forse preferito un pugno duro sul gas invece che sull'oro nero.

Importazioni petrolio greggio Ue-2

Di sicuro, stando alle comunicazioni ufficiali, è l'Ungheria in questo momento a svolgere il ruolo di di bastian contrario al tavolo Ue: "Non dovremmo imporre sanzioni che danneggerebbero prima noi stessi e non quelli che vorremmo sanzionare", ha detto un portavoce del premier Viktor Orban. Gli ambasciatori di Budapest sostengono che non si tratta di un'opposizione dettata da ragioni politiche, ossia dalla nota vicinanza di Orban al presidente russo Vladimir Putin. Il problema, semmai, è legato alla forte dipendenza di Budapest dai barili russi. Come la Slovacchia, anch'essa contraria all'embargo sul petrolio, l'Ungheria non ha sbocco sul mare e non è collegata ad alcun gasdotto europeo, scrive l'Agi. Ecco perché dipende tanto dagli oleodotti russi.

Una soluzione di compromesso, che piace anche agli Usa, sarebbe sostituire l'embargo con il cosiddetto price cap, cioè fissare un tetto massimo per il prezzo che i Ventisette sono disposti a pagare a Mosca. Questo non rappresenterebbe una violazione dei contratti già in essere se gli Stati smettessero di comprare greggio una volta raggiunta la soglia autoimposta. Ma in mancanza di una diversificazione energetica sufficientemente varia, si rischierebbe di far schizzare le bollette o di causare una stagnazione economica. Per questo Bruxelles sta correndo contro il tempo per trovare fornitori alternativi da cui acquistare petrolio a prezzi moderati. Ma anche qui, le perplessità di Budapest e Bratislava sono alte.

Le loro posizioni starebbero di fatto bloccando il sesto pacchetto di sanzioni, dato che tali misure necessitano dell'unanimità da parte di tutti gli Stati membri per essere approvate. Nel pacchetto, la Commissione potrebbe inserire anche la più grande banca russa, Sberbank, che rappresenta il 37% del settore bancario del Paese, e che potrebbe venire esclusa dal sistema internazionale di transazioni Swift così come già fatto per altri istituti di Mosca. Non è chiaro se lo stesso provvedimento colpirà la banca di Gazprom, il colosso del gas russo.

Come dicevamo, i negoziati sono in corso. I ministri Ue dell'Economia ne discuteranno in queste ore, ma la decisione, che era già attesa per lo scorso fine settimane, potrebbe slittare ancora di qualche giorno. Da un punto di vista strettamente economico, il petrolio rappresenta la fonte maggiore di introiti dell'export di combustibili fossili della Russia: dei 4,7 milioni di barili di greggio che Mosca esporta ogni giorno, circa la metà va verso l’Ue (della quale ha coperto il 26% del fabbisogno nel 2020). Gli acquisti europei avrebbero garantito circa 20 miliardi di euro alla Russia dall'inizio della guerra.

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