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Lunedì, 6 Febbraio 2023
La riforma

Il "regalo" dell'Europa a Meloni: meno austerity con il nuovo Patto di stabilità

Secondo la bozza di revisione delle regole fiscali, gli Stati avranno più tempo per ridurre i loro debiti pubblici. Ma i falchi chiedono anche controlli più stringenti

La prima buona notizia sul fronte europeo per la neo premier Giorgia Meloni potrebbe arrivare il 9 novembre: in quella data, la Commissione Ue dovrebbe presentare la sua proposta di riforma del Patto di stabilità e crescita. E secondo una bozza che circola a Bruxelles, e anticipata dal quotidiano tedesco Handelsblatt, le nuove regole fiscali dovrebbero consentire agli Stati membri di avere più tempo per ridurre il proprio debito pubblico. Di contro, per venire incontro alle pressioni dei falchi del rigore, Bruxelles dovrebbe proporre anche un rafforzamento dei controlli in modo da rendere gli impegni, seppur meno stringenti, almeno più vincolanti di quanto non lo siano stati finora nella pratica.

Un Patto che non funziona

Già, perché al netto della retorica dei due fronti che si sono scontrati negli anni in Europa, tanto i fautori dell'austerity (Germania e frugali), quanto quelli della crescita (Paesi del Sud su tutti) concordano su un aspetto: il Patto così com'è non funziona. Non funzionava prima del Covid e della nuova crisi energetica, quando le battaglie per il rispetto della soglia del 3% sul deficit annuale non hanno portato a una riduzione significativa del debito pubblico dei Paesi più a rischio (e anzi, hanno azzoppato il potenziale di crescita, secondo gli esperti del Fiscal board della Commissione). E con molta probabilità non funzionerà nel prossimo futuro, dato che non solo i più indebitati (Grecia con il 186% e Italia con il 148%) sono lontani anni luce dall'altro parametro chiave del Patto, il rapporto debito/Pil al 60%, ma anche Francia, Spagna, Belgio, Portogallo e Cipro sono ormai ben al di sopra di questa soglia.

Ecco perché a Bruxelles si è cominciato a fare i conti con la realtà. La pandemia ha dato una prima spinta alle richieste di riforma, mentre la crisi energetica in corso, e che potrebbe durare a lungo, ha confermato che il Patto non è più adeguato alle sfide che l'Ue ha di fronte. Il lavoro di revisione delle regole dura da almeno due anni, e all'interno della Commissione non sono mancati scontri tra l'ala dei falchi guidata dal vicepresidente Valdis Dombrovskis, e da quella pro-crescita capeggiata dall'ex premier italiano Paolo Gentiloni. Ma il colpo inferto di recente dalla Germania alla sua tradizionale disciplina di bilancio, con 200 miliardi di aiuti di Stato per aiutare imprese e famiglie con le bollette, conferma che anche a Berlino il vento è cambiato.

I nuovi target

Da qui, la bozza di riforma, che secondo quanto anticipato da Handelsblatt, sa molto di compromesso tra le due anime dell'esecutivo Ue. Da un lato, si mantengono in linea generale i due parametri-capisaldo: il 3% del deficit annuale, e il 60% del rapporto debito pubblico/Pil. Solo che nel secondo caso, questo parametro diventerà una sorta di target simbolico. Il fulcro della riforma è, infatti, l'abolizione della cosiddetta regola del ventesimo che stabilisce che gli Stati debbano ridurre di un ventesimo all'anno la quota di debito eccedente il 60%. Tale regola fu introdotta nel 2011, e l'orizzonte temporale per la sua applicazione è 20 anni. Ma è chiaro che i dati attuali sui debiti dei 27 Stati membri la rendono irrealizzabile, a meno di innescare politiche lacrime e sangue sul modello greco, ma che colpirebbero circa metà dei cittadini Ue.

Senza questa regola, il nuovo Patto dovrebbe porre un nuovo target di riferimento di medio termine per il debito pubblico, ossia il 90% In futuro, i Paesi al di sopra di questa soglia (quelli citati sopra per intenderci) avranno 4 anni di tempo per intraprendere un percorso di indebitamento sostenibile verso il traguardo del 90%. Una volta raggiunto il 90%, saranno considerati Paesi a rischio medio e potranno rallentare ulteriormente il debito verso il 60%.

Più controlli

Secondo la proposta di riforma, i piani di riduzione del debito devono essere negoziati bilateralmente tra la Commissione e il governo nazionale, sulla base del modello di obiettivi e traguardi definito con i Pnrr. L'approccio ha lo scopo di consentire una maggiore flessibilità per gli investimenti nella trasformazione o difesa del verde rispetto alla rigida regola del ventesimo. 

Allo stesso tempo, il controllo sarà rafforzato: se un governo devia dal percorso concordato di riduzione del debito, la Commissione dovrà avviare procedure d'infrazione per deficit e porre il Paese sotto una sorveglianza più rigorosa. Un governo può anche negoziare con la Commissione per estendere il periodo di quattro anni di un massimo di tre. Ma dovranno esserci valide ragioni. 

La sfida di Meloni

Considerato che il Patto è stato sospeso con la pandemia e tornerà in vigore non prima del 2024, potrebbe essere il nuovo governo Meloni a negoziare il nuovo piano di riduzione del debito. Nell'immediato, il nuovo esecutivo potrà guardare con relativa tranquillità alle scadenze di fine anno, quando prima del Covid la linea Roma-Bruxelles era normalmente rovente a causa dei braccio di ferro sul bilancio annuale. Ma dall'altra parte, Meloni e il suo ministro dell'Economia Giorgetti potrebbe avere una grande responsabilità: quella di fissare per il Paese una road map di riduzione del debito e di riforme che varrà per gli anni a venire. E non è detto che questo non avverrà con nuove lotte tra l'Italia e i falchi del rigore. 

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