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Mercoledì, 17 Aprile 2024
I dati

Sul gas siamo passati dalla dipendenza dalla Russia a quella dagli Usa

La guerra in Ucraina ha fatto impennare le importazioni dagli Stati Uniti, e così nonostante le riduzioni del consumo il Vecchio continente fatica a raggiungere l'autosufficienza

Negli ultimi due anni, i Paesi europei hanno cercato di sganciarsi dall'approvvigionamento di gas naturale russo a basso costo, che aveva ormai assunto i tratti di una vera e propria dipendenza energetica, per non aiutare direttamente il Cremlino a finanziare l'invasione dell'Ucraina. Ma se è ancora lontano il momento in cui i membri Ue potranno dirsi definitivamente "liberi" dal legame energetico con Mosca, all'orizzonte si sta ora profilando un'altra dipendenza: quella dal gnl che arriva dagli Stati Uniti. E questa situazione sta creando problemi su entrambe le sponde dell'Atlantico.

La cronica dipendenza energetica europea

La tanto conclamata autonomia strategica europea dovrà attendere. Almeno in campo energetico, l'Ue non è ancora in grado di fare da sola, e negli ultimi due anni il massimo che è riuscita a fare è stato passare da una dipendenza all'altra. Certo, politicamente per l'Europa è più accettabile dipendere da un Paese alleato e sedicente campione democratico che non da una potenza autarchica con cui potrebbe scoppiare una guerra nei prossimi anni, ma una dipendenza è sempre una dipendenza. E i numeri parlano chiaro: stando alle cifre fornite dal Consiglio Ue, nel 2021 i Ventisette importavano dalla Russia oltre 150 miliardi di metri cubi di gas naturale (cioè quasi il 45% del totale) attraverso i gasdotti che dalla Federazione innervano il Vecchio continente. Due anni dopo, quella cifra si è ridotta a 43 miliardi (meno del 15% del totale, che pure è diminuito passando da oltre 334 miliardi di metri cubi nel 2021 a poco meno di 290 miliardi nel 2023), mentre le forniture di gas statunitense sono schizzate da meno di 19 miliardi di metri cubi a oltre 56 miliardi (vale a dire dal 5,6% al 19,4% del totale dell'import). 

A inondare i mercati energetici europei è oggi soprattutto il gas naturale liquefatto (gnl), che da solo rappresenta il 37% del consumo complessivo di gas del Vecchio continente nel 2023, il quale pure è stato ridotto di un quinto nel giro di due anni. E tra il gnl che ci arriva dall'estero, quello made in Usa è in cima alla classifica: quasi il 50% dei 120 miliardi di metri cubi di metano liquido importato dall'Ue proviene dai produttori a stelle e strisce, contro circa un quarto prima dell'escalation in Ucraina. Questo gnl arriva in larga parte dal Texas, e il trend non sembra accennare a diminuire: il picco del consumo di gas liquefatto in Europa è previsto per il 2025. C'è da notare, comunque, che mentre l'import di gas russo attraverso i gasdotti è crollato verticalmente negli ultimi due anni, nello stesso periodo è aumentato dell'11% il consumo di gnl di Mosca, in un cortocircuito che ha coinvolto soprattutto Madrid, Parigi e Bruxelles.

Secondo le proiezioni dell'Istituto per l'economia dell'energia e l'analisi finanziaria (Ieefa), la corsa alle infrastrutture per il gnl ci porterà alla fine del decennio ad aver costruito una rete decisamente più sviluppata di quanto sarà necessario ad assorbire una domanda che per allora avrà già iniziato a diminuire. La speranza è che queste infrastrutture possano essere poi riutilizzate per combustibili a minor contenuto di carbonio, come il biometano e l'idrogeno verde. 

Il futuro del mercato

Al di là dell'Atlantico, proprio in Texas si registrano le prime reazioni a questa nuova partnership energetica. Come riporta Politico, nello Stato dove viene prodotta la maggior parte del gnl statunitense destinato all'Europa, stanno montando le proteste ambientaliste che chiedono alla Casa Bianca di ridurre le esportazioni per abbattere le emissioni di CO2 nell'atmosfera. Nel tentativo di non alienarsi anche il voto ecologista alle presidenziali di novembre (un fortino elettorale fondamentale data l'emorragia di voti provocata dall'ambigua gestione della crisi mediorientale), il presidente uscente Joe Biden ha quindi decretato una pausa temporanea nell'approvazione di nuovi progetti di gnl, congelando per un tempo indeterminato l'espansione delle infrastrutture per l'esportazione. 

Si tratta di una compressione dell'offerta che ha il potenziale di far impennare nuovamente i prezzi dell'energia in Europa, dove i Paesi Ue hanno speso miliardi di euro per dotarsi delle infrastrutture necessarie a ricevere il gnl americano, che è molto più costoso perché viaggia su metaniere in forma liquida e va poi rigassificato per essere distribuito ed utilizzato (i nostri lettori si ricorderanno il prolungato braccio di ferro andato in scena nell'estate 2022 tra il governo Draghi e il comune di Piombino), e hanno firmato una grande quantità di contratti di fornitura a breve e medio termine con le aziende statunitensi. Ora, quei contratti dovrebbero assicurare i rifornimenti di gnl per qualche anno, ma tra le capitali europee si teme che non sia abbastanza per sostenere il fabbisogno energetico del continente in una fase in cui si cerca con grandi difficoltà di portare avanti la transizione verde. E in ogni caso, i contratti a breve termine per definizione non possono garantire una prevedibilità nell'andamento dei prezzi. 

Del resto, sono le stesse multinazionali americane a suggerire che i partner europei farebbero meglio a puntare sull'autosufficienza energetica – o quantomeno a ridurre la propria dipendenza dai fornitori esteri. Un consiglio in buona coscienza? Non proprio. ExxonMobil, uno degli storici colossi Usa del petrolio, starebbe puntando ai giacimenti di gas del Mediterraneo orientale e vorrebbe aiutarci a trivellare a casa nostra in un settore di mare dove si intrecciano gli interessi di una serie di Paesi tra cui Italia, Grecia, Cipro, Turchia, Israele ed Egitto. Insomma, piuttosto che comprare il gnl dalle imprese texane meglio estrarre il gas che abbiamo sotto il naso. Ma sempre con l'aiuto dello zio Tom. E con buona pace degli ambientalisti nostrani, che cercano di fare quadrato per difendere un Green deal che in molti danno per defunto, impallinato da alcune delle stesse forze politiche che lo hanno introdotto nel 2019.

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