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Mercoledì, 29 Giugno 2022
Riforma fiscale

Buone notizie per l’Italia: l'Ue non ripristinerà le regole sul debito neanche nel 2023

Bruxelles vuole scongiurare il ritorno all’austerity e promette flessibilità. Sul tavolo c’è la riforma del Patto di stabilità, le cui negoziazioni si protrarranno per tutto il 2022

Se le anticipazioni saranno confermate, i Paesi europei più meno 'frugali' potranno tirare un sospiro di sollievo per i prossimi due anni. La Commissione non sarebbe intenzionata a ripristinare le vecchie regole fiscali relative al debito statale, sospese due anni fa a causa della pandemia. In effetti, quest’anno dovrebbe essere concordata la riforma delle norme che regolano l’esercizio di cassa dei membri Ue, il famigerato Patto di stabilità e crescita (Psc).

Il quotidiano Politico ha ottenuto una bozza con le linee guida dell’esecutivo comunitario, in cui si leggerebbe che le regole sul debito resteranno sospese anche il prossimo anno. La notizia è importante soprattutto per chi, come l’Italia ma anche altri Paesi mediterranei, uscirà dalla crisi del Covid-19 con un debito pubblico molto elevato. Secondo i piani originali, il quadro fiscale dell’Ue sarebbe dovuto tornare in vigore proprio nel 2023, dopo essere stato messo in pausa nel marzo 2020 per permettere ai governi di adottare tutte le misure necessarie per proteggere le proprie economie senza temere ripercussioni. Ma la Commissione si è voluta dimostrare indulgente ancora per qualche tempo, seppure a condizione che gli Stati tengano sotto controllo le proprie finanze e comincino a ridurre il proprio debito in rapporto al Pil.

Le nuove linee guida di Bruxelles verranno presentate ai governi il prossimo marzo, quando si incontreranno sia l’Ecofin (che riunisce i ministri nazionali dell’Economia e della finanza) che l’Eurogruppo (dove siedono i ministri delle Finanze dell’Eurozona). Di fatto, l’esecutivo comunitario ha riconosciuto le difficoltà di rafforzare il Psc in questa congiuntura storica, con i vari Paesi che si sono fortemente indebitati per affrontare la crisi pandemica e per finanziare poi la ripresa. Chi più, chi meno, il livello dei debiti pubblici europei è infatti generalmente salito negli ultimi due anni.

Le regole del Psc stabiliscono il tetto per il debito pubblico al 60% del Pil (e quello del deficit al 3%). Quando un Paese supera questa soglia, dovrebbe impegnarsi per ridurre la differenza ad un tasso di almeno il 5% annuo, pena l’apertura di una procedura d’infrazione da parte della Commissione. Questo almeno sulla carta, dato che nella realtà tali misure disciplinari sono state finora “risparmiate” per motivazioni essenzialmente politiche, anche all’Italia.

Ma è già da tempo che da più parti si levano appelli alla riforma, con i membri mediterranei dell’Eurozona che chiedono a gran voce di rivedere le misure che reputano eccessivamente stringenti. L’anno scorso, la Commissione ha messo sul piatto la revisione del Psc fissando come obiettivo prioritario la semplicità e accennando anche all’idea di alcune deroghe per progetti ecosostenibili, in modo da incentivare la transizione verde. E ha posto come orizzonte per tirare le fila dei lavori proprio il 2023: il che significa che quest’anno il dibattito entrerà nel vivo.

Né del resto, si ragiona a Bruxelles, ha senso tornare all’applicazione delle complesse regole del Psc e degli altri strumenti di governance macroeconomica se quelle stesse regole stanno per essere cambiate. Vale dunque aspettare fino alla loro riforma, e restare “flessibili” nel mentre. “In attesa dell’esito della revisione della governance economica, la Commissione non applicherà il parametro di riduzione del debito nella sua attuale formulazione”, si legge nel documento.

Naturalmente, nota Politico, resta tutto soggetto ai cambiamenti e agli imprevisti prima della pubblicazione: ad esempio, c’è la questione dell’aumento verticale dei prezzi dell’energia, quella delle tensioni in Ucraina o la diffusione di eventuali nuove varianti del virus. Secondo il commissario all’Economia Paolo Gentiloni, proprio questa incertezza rappresenta una buona ragione per allentare le norme sul debito: “Abbiamo visto fin troppo chiaramente gli effetti dell’irrigidimento troppo prematuro, delle misure di austerità”, ha detto durante un recente intervento alla Bocconi, riferendosi alla crisi dell’Eurozona del decennio scorso.

“Credo che le regole dovrebbero essere riformate per assicurarsi che gli alti livelli di debito siano ridotti in modo più graduale e realistico, senza soffocare la crescita”, ha aggiunto. In effetti, Paesi come Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e Cipro, ma anche Francia e Belgio, hanno tutti dei debiti pubblici superiori al 100% del Pil (il nostro è arrivato al 154,6% nel 2021). Un’applicazione rigida delle regole attuali innescherebbe una nuova stagione di austerità, caratterizzata da ingenti tagli alla spesa pubblica che si ripercuoterebbero gravemente sulla fragile ripresa dei Paesi europei, aprendo la porta a nuovi salvataggi e a instabilità finanziarie internazionali. Minando, peraltro, la costosa battaglia contro il cambiamento climatico.

Serve gradualità, come si legge nel documento della Commissione: “Garantire un graduale aggiustamento fiscale negli Stati membri ad alto debito è necessario per stabilizzare e quindi ridurre i rapporti di debito (sul Pil, ndr), mentre un consolidamento troppo brusco potrebbe avere un impatto negativo sulla crescita e, quindi, sulla sostenibilità del debito”.

A quanto si apprende, tuttavia, se Bruxelles si mostrerà flessibile sul debito, sarà anche più severa sul rispetto del limite del 3% di deficit sul bilancio. Per gli Stati che trasgredissero ci sarà la procedura per debito eccessivo, che verrà portata fino in fondo. Procedura che potrebbe comunque scattare anche per il debito, se non dovesse diminuire con una velocità sufficiente.

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