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Domenica, 3 Marzo 2024
Corsa al sottosuolo

Perché l'Europa deve tornare in miniera

I piani dell'Ue per estrarre materie prime, combattere la dipendenza dalla Cina e non restare indietro nella transizione ecologica e digitale

L'Europa torna in miniera. O almeno ci spera. La Commissione Ue presenterà domani il "Critical raw materials act", il piano che, nelle intenzioni di Bruxelles, dovrebbe far ripartire l'estrazione di materie prime critiche, quelle fondamentali per la doppia transizione ecologica e digitale. E più in generale per il futuro dell'economia del continente. L'obiettivo è ridurre la dipendenza dalle forniture di Paesi terzi, o meglio dal monopolio della Cina, che controlla circa il 60% della produzione mineraria e oltre l’80% della raffinazione globale. Ma tra il dire il fare c'è di mezzo l'opposizione delle comunità locali.

Perché si torna in miniera

Ogni anno, l'Europa importa materie prime per una spesa complessiva di 31 miliardi di euro. Fino a poco tempo fa, questo non ha rappresentato un problema. Ma negli ultimi anni, tanto più con la crisi energetica in corso che sta accelerando la transizione verde e le tensioni sempre più accese sull'asse Usa-Cina, a Bruxelles è suonato il campanello d'allarme. I lavori della Commissione sono iniziati già da prima della pandemia, e nel settembre del 2030 sono state delineate le prime linee guida. L'attenzione di Bruxelles si è focalizzata su una lista di 30 materie prime, considerate "critiche" per il futuro dell'industria europea: solo 3 sono attualmente estratte in buona quantità nel territorio Ue, mentre ben 17 hanno un tasso di dipendenza da Paesi terzi pari all'80%.

Proteste alla miniera di Barroso in Portogallo / Facebook

Tra queste ci sono il litio utilizzato nelle batterie delle auto (attualmente, la fonte interna principale è il Nord del Portogallo), l'indio utilizzato nei semiconduttori e il cobalto utilizzato nelle turbine a reazione. Per le terre rare, poi, che sono sempre più centrali per l'elettrificazione dei trasporti, dipendiamo per oltre il 98% dalla Cina. Un legame che a Bruxelles paragonano a quello con la Russia sul gas: un potenziale fattore di destabilizzazione economica e geopolitica. "La pandemia e la guerra - ha avvertito la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen a Strasburgo - ci hanno insegnato una lezione sulle dipendenze. Se vogliamo essere indipendenti, dobbiamo urgentemente rafforzare e diversificare le nostre catene di approvvigionamento con partner più stretti". Come il Canada, per esempio, che, secondo von der Leyen, sta dimostrando che le miniere possono essere sostenibili: nelle miniere di nichel canadesi, "i materiali vengano estratti con i più alti standard per l'ambiente e per i lavoratori", ha sottolineato la presidente della Commissione.

Le ricchezza del sottosuolo

Il progetto di Bruxelles prevede la costruzione di miniere di questo tipo. Entro il 2030 l’Unione europea dovrebbe riuscire a estrarre dal proprio sottosuolo almeno il 10% dei materiali critici consumati e rendersi autonoma per almeno il 40% nella raffinazione o altre lavorazioni intermedie. Secondo le stime del Centro di ricerca della Commissione Ue, "il valore delle risorse minerarie europee non sfruttate alla profondità di 500-1.000 metri è stimata in circa 100 miliardi di euro". Una mappa allegata alla comunicazione del 2020 mostra il potenziale di materie prime critiche dei Paesi Ue: c'è il già citato Portogallo, ma anche la Francia, il cui Ufficio di ricerca geologica e mineraria ha elaborato nel 2018 una mappa delle ricchezze del sottosuolo transalpine che ha fatto brillare gli occhi al presidente Emmanuel Macron. Alte concentrazioni di materie prime critiche sono segnalate anche in Austria, Repubblica ceca, Romania, Svezia, Finlandia e Spagna. Giacimenti, anche se in misura nettamente minore, sono stati individuati in Germania e Italia.  

Ma un conto è individuare le potenzialità, un altro sfruttarle. Il caso del litio è emblematico: nel 2019 la Commissione ha "identificato con gli Stati membri 10 potenziali progetti minerari per il litio che, se sviluppati, potrebbero consentire all'Ue di spostarsi dall'1 al 30% della produzione mondiale entro il 2030", aveva spiegato il commissario Ue Maros Sefcovic, la cui stime, però, sono state riviste al ribasso. Di questi progetti, uno è stato lanciato lo scorso dicembre in Francia: la società transalpina Imerys ha annunciato lo sfruttamento del giacimento di Echassières, nel centro del Paese: "Alimenteremo 700mila auto elettriche all'anno", prevede l'impresa. Ma le comunità locali sono già sul piede di guerra per i contraccolpi sulla vicina foresta dei Colettes, dove sono previsti degli abbattimenti di alberi nonostante si tratta di un'area naturale protetta secondo la normativa Ue Natura 2000. 

Aggirare le norme 

Questo tipo di problema si pone non solo a Echassières, ma anche a Tréguennec, sempre in Francia, dove si trova il secondo più grande deposito di litio del Paese. Qui il progetto di estrazione non è ancora stato definito, ma la popolazione locale si sta già attivando per proteggere da eventuali scavi la riserva protetta della Baia di Audierne. Lo stesso accade negli altri luoghi in Europa dove industrie e autorità nazionali si stanno muovendo alla ricerca del cosiddetto "oro bianco". Un esempio è la miniera a cielo aperto di Covas do Barroso, in Portogallo, che la britannica Savannah Resources vorrebbe inaugurare nel 2026 con lo scopo di creare il più grande centro d'estrazione di litio del continente: allevatori e ambientalisti si sono scagliati contro il progetto, e persino la locale parrocchia si è schierata a difesa dei suoi fedeli, facendo causa all'azienda britannica. Per ragioni simili, in Svezia, è bloccata da anni la miniera di Norra Karr, considerato un tesoro di terre rare: il sito proposto si trova vicino a un'area protetta e sopra il Vattern, il lago più profondo e il secondo più grande della Svezia, che fornisce acqua dolce a 250mila persone.

Il piano della Commissione europea potrebbe proprio essere mirato ad aggirare queste resistenze: Bruxelles consentirebbe ai piani minerari strategici di essere designati come "progetti di rilevante interesse pubblico", e questo potrebbe consentire loro di essere approvati aggirando le normative europee per la protezione delle aree naturali e delle specie animali, come Natura 2000 o la direttiva Habitat. Non sarebbe una novità: lo ha già fatto di recente per rilanciare la costruzione di impianti di energia rinnovabile, introducendo "una valutazione semplificata" che elimina "le strozzature nel processo di rilascio delle autorizzazioni" per determinati progetti considerati per l'appunto di interesse strategico.

Il paradosso della transizione

È il paradosso della transizione ecologica dell'Europa: per sviluppare industria, energia e trasporti a emissioni zero occorre forzare la mano contro le resistenze ecologiste e contro le stesse regole di protezione dell'ambiente che l'Ue si è data da decenni. Se non lo farà, l'alternativa è non solo di continuare a essere dipendente dalla Cina, ma anche di perdere la corsa contro gli Usa. Se von der Leyen ha citato il Canada non è solo per citare una 'buona prassi' nell'estrazione mineraria sostenibile: l'Ira, il massiccio piano per l'industria verde lanciato dagli Stati Uniti, prevede di far leva sui vicini canadesi e sul Messico per creare un ecosistema nordamericano di miniere, raffinazione e produzione industriale al servizio dello sviluppo green, e sempre più indipendente da Pechino. Se l'Europa non si dà una mossa, rischia di rimanere schiacciata tra il polo nordamericano e quello asiatico. Promuovere una strategia alternativa di approvvigionamento di materie prime critiche (un mix di accordi commerciali e di riuso e riciclo dei minerali, come chiedono il Parlamento Ue e gli ecologisti) potrebbe non bastare: come insegna Washington, la sovranità mineraria va cercata anche nel proprio giardino. 

   

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