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Mercoledì, 17 Agosto 2022
Recovery bis?

L'Italia spera in nuovi aiuti Ue per far fronte all'inflazione. Ma Bruxelles dice no (per ora)

A luglio scade lo sconto sul carburante, mentre lavoratori e imprese chiedono ulteriori sostegni. Ecco perché lo scontro con i frugali potrebbe riaccendersi

L'inflazione continua a salire, dai prezzi al supermercato a quelli della benzina, nonostante il taglio delle accise. E il caso dei pescatori che da settimane protestano chiedendo di ricevere i contributi anti caro-gasolio promessi, è un segnale preoccupante. Lo sanno bene a Palazzo Chigi, dove le pressioni per varare un nuovo scudo anti-rincari per famiglie e imprese aumentano di giorno in giorno. Ma il governo per il momento prende tempo e guarda a Bruxelles, nella speranza che l'Ue possa rispolverare l'arma usata con la crisi scatenata dalla pandemia: il Recovery fund, o Next Generation EU che dir si voglia.

Il fronte dei falchi

L'attendismo del premier Draghi e del ministro dell'Economia Franco è anche dettata da altre ragioni, chiaramente: bisogna valutare l'evoluzione della situazione economica e geopolitica, oltre che gli effetti degli aiuti che scadranno fra qualche settimana, come lo sconto sui carburanti. Ma c'è anche un nuovo, importante appuntamento a Bruxelles, il 23 e il 24 giugno, quando Draghi tornerà a sedersi al tavolo dei colleghi Ue. Franco, invece, sarà atteso al confronto con i ministri europei delle Finanze il 17 giugno. E forse il suo tavolo sarà ancora più caldo, vista la presenza del tedesco Christian Lindner, che sembra aver preso la guida del fronte dei falchi del rigore del blocco. 

È stato proprio Lindner, già a inizio marzo, a respingere con forza le prime ipotesi, lanciate da Roma e Parigi, di un Recovery fund 2.0 per sostenere i costi maggiori per energia e difesa determinati dalla guerra in Ucraina. Sulla stessa linea ci sono i soliti frugali, come l'Olanda o l'Austria. E proprio un esponente austriaco della Commissione Ue, il responsabile del Bilancio Johannes Hahn, ha detto pubblicamente questa settimana che un nuovo Next Generation EU "non è sul tavolo" e "tutti devono usare i soldi che ci sono".

La beffa del RePowerEU

Neanche il nuovo piano di finanziamenti per l'energia lanciato da Bruxelles, il RePowerEU, che sulla carta dovrebbe aiutare i Paesi più legati alle forniture russe, come l'Italia, potrebbe dare una mano a sostenere il nostro erario statale. Il piano di Ursula von der Leyen prevede investimenti per 300 miliardi da coprire con 72 miliardi in sovvenzioni e 225 miliardi in prestiti forniti dall'Ue. Ma non è detto che queste risorse si riescano a mobilitare, e anche se dovesse succedere, l'Italia rischia di ritrovarsi beffata.

Da un lato, ci sono le sovvenzioni: 52 miliardi arrivano di fatto da fondi già stanziati, tra cui quelli per le regioni e per il settore agricolo. E sia le regioni, sia le organizzazioni di agricoltori hanno già alzato gli scudi per chiedere che quelle risorse non vengano distratte per il RePowerEU. Restano 20 miliardi, che Bruxelles propone di raccogliere aumentando le quote di Co2 vendute sul mercato europeo Ets, ossia aumentando i permessi di inquinare per l'industria. Al di là del paradosso di un piano che si finanzia con le emissioni inquinanti quando dovrebbe spingere per la transizione verde, c'è anche il rischio che le uniche risorse fresche individuate dalla Commissione vengano bloccate dal Parlamento europeo, dove i contrari a un allargamento dell'Ets potrebbero avere la maggioranza.

Dall'altro lato ci sono i prestiti. E qui arriva il rischio beffa per l'Italia: già, perché questi fondi non sono altro che gli ‘avanzi’ del Recovery fund lasciati sul tavolo dai Paesi membri. Solo il nostro governo, insieme a Grecia e Romania, ha infatti chiesto l’intera fetta di prestiti previsti dal piano anti-Covid. Gli altri Stati membri, a partire dalla Spagna, per ora hanno lasciato i prestiti a loro disposizione nelle casse di Bruxelles, riservandosi la possibilità di richiederli entro la scadenza del 31 agosto 2023. La novità introdotta dalla Commissione con il RepowerEu è che i governi dovranno comunicare entro 30 giorni dall’entrata in vigore del piano la loro intenzione di domandare i prestiti Ue, che altrimenti verranno assegnati ad altri Stati. L'Italia spera che gli "avanzi" restino dove sono, in modo da poterne usufruire (per un Paese ad alto debito pubblico come il nostro gli eurobond sono sempre un'opzione allettante rispetto ai titoli di Stato). Ma il rischio di restare a stomaco vuoto è concreto.

La coperta corta

Senza nuovi aiuti Ue, Draghi e Franco dovranno mettere mano alle nostre riserve. Proprio di recente, nelle sue raccomandazioni economiche, la Commissione ha messo in guardia Roma dal ricorrere a scostamenti di bilancio eccessivi. Ma rinnovare il taglio delle accise in vista delle vacanze, replicare qualche bonus a protezione dei salari, cominciare a lavorare al taglio al cuneo fiscale richiesto dalle imprese, sono tutti interventi che costano, e non poco. La coperta, dunque, potrebbe essere corta, a meno di non dover aprire un nuovo fronte di battaglia contro i falchi del rigore di Bruxelles. 

Nella Commissione, c'è chi è comunque fiducioso che qualche cosa si smuova: il responsabile dell'Economia, Paolo Gentiloni non chiude la porta a un Recovery bis, a differenza del suo collega Hahn. Ma perché questo avvenga, bisogna essere impeccabili nell'azione sul Pnrr, in modo da non dare sponda ai frugali. Nell'immediato, scrive l'Ansa, bisogna "centrare i 45 obiettivi da raggiungere entro il 30 di giugno sui 100 totali per il 2022. Un risultato da cui dipende lo sblocco delle prossime rate da circa 24 e 22 miliardi di euro da qui alla fine dell'anno". Ma anche, sottolinea Gentiloni, "la possibilità di ripetere" il "metodo virtuoso" del Next Generation EE. Perché, è il ragionamento, "è chiaro che se il meccanismo funziona, se vengono rispettati tempi, investimenti e riforme, allora per i governi che spingono in questa direzione, e per la Commissione, sarà più facile riproporlo". 

I soldi del RePowerEu

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