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Lunedì, 27 Giugno 2022
Scenari energetici / Algeria

Perché l'Italia punta sull'energia dell'Algeria (con l'ok di Bruxelles)

È il terzo fornitore di gas del Continente. Ma ha anche grandi ambizioni sulle rinnovabili. Su cui le imprese italiane hanno già scommesso

Più gas nell'immediato, da sostituire in un prossimo futuro con l'idrogeno verde. È quanto prevede l'accordo stipulato tra Italia e Algeria con un memorandum d'intesa che abbraccia diversi campi di cooperazione, dalla cultura al turismo, ma che chiaramente, visto il momento storico e l'esigenza di ridurre la dipendenza dalla Russia, ha nell'energia il suo punto più significativo. Lo ha per l'Italia, ma anche per l'Unione europea, che nel suo piano RePowerEU ha annunciato che "mirerà a riavviare il dialogo sull'energia con l'Algeria", citando il Paese come uno dei "mercati in rapida crescita per le tecnologie energetiche verdi". L'ambizione verso Algeri è alta, ma che sia ben riposta è tutto da vedere.

Il gas algerino

Innanzitutto, c'è la questione gas. Per quanto lo shopping energetico dell'Ue e degli Stati membri, scattato dopo l'inizio della guerra in Ucraina, abbia come spot "oggi i fossili, domani energia verde", è chiaro a tutti che nell'immediato il grosso della sostituzione delle forniture russe avverrà (se avverrà) con altro gas. Il potenziale dell'Algeria, in questo, è già molto sfruttato: attualmente il Paese è il sesto produttore di gas al mondo, il terzo fornitore per l'Europa e il secondo per l'Italia. Con la Spagna, rappresentiamo circa i due terzi di tutto il gas esportato: grazie al gasdotto TransMed, che arriva in Sicilia, si possono trasportare 32 miliardi di metri cubi, ma attualmente ne arrivano in Europa circa 22 miliardi.

L'accordo stipulato tra l'azienda nazionale Sonatrach e l'italiana Eni dovrebbe aumentare il flusso di altri 3 miliardi di metri cubi (e altri 3 dovrebbero arrivare via nave sotto forma di gas liquefatto, secondo quanto sostiene il ministro Roberto Cingolani). L'intesa con l'Eni prevede lo sviluppo di "campi a gas" in una zona in cui ci sono giacimenti già sfruttati, ma anche di "valutare il potenziale a gas e le opportunità di sviluppo accelerato di alcuni giacimenti già scoperti da Sonatrach in Algeria", si legge nella nota stampa della compagnia italiana. E qui arriviamo al punto: quanto gas ha l'Algeria? E quanto può davvero esportarne in più rispetto ai livelli attuali?

La risposta non è semplice: la Sonatrach, che in Sicilia ha acquistato la raffineria di Augusta dalla Esso, sembra orientata a incentivare la ricerca di nuovi giacimenti, ma con un obiettivo prioritario: soddisfare la crescente domanda interna, nel rispetto degli attuali obblighi di esportazione. Dal 2013 al 2018, secondo Oxford Energy, l'utilizzo domestico è aumentato di circa il 10% e si prevede che aumenterà di un ulteriore 50% entro il 2028. L'Algeria può contare su giacimenti ancora non sfruttati in pieno, su altri non ancora studiati a fondo, sul gas di scisto (non nell'immediato), ma anche sul gas importato da altre parti dell'Africa: è da tempo allo studio il progetto per un maxi gasdotto che dalla Nigeria arrivi in Algeria e da qui al resto d'Europa.

Il nodo investimenti

Tutto bello, ma tra il dire e il fare occorrono gli investimenti, e non pochi. L'instabilità politica e la corruzione, con scandali che hanno riguardato anche la stessa Sonatrach, non giocano a favore dei capitali esteri. L'Unione europea è pronta a investire sull'Algeria, ma la parola chiave, come abbiamo visto, deve essere la transizione energetica. Un messaggio che ad Algeri è arrivato, ma su cui il governo si sta muovendo a fatica, non tanto nei piani su carta, quanto a livello operativo.

Oggi, nel Paese più grande per superficie dell'Africa (e il terzo per emissioni di Co2), le fonti rinnovabili rappresentano appena il 2% della produzione totale di energia. Il potenziale di crescita, d'altra parte, è enorme. Il governo algerino sta lanciando iniziative per incentivare lo sviluppo di progetti di energia rinnovabile. Il ministero dell'Energia ha stabilito un obiettivo di energia rinnovabile di 22.000 megawatt di capacità rinnovabile installata entro il 2030 (oggi è ferma a 686 magawatt). E per raggiungerlo ha deciso di aprire le gare agli investitori internazionali con condizioni più vantaggiose di quelle promesse finora (e che di fatto hanno reso un mezzo fallimento le gare).

In particolare, scrive l'Ispi, ha rimosso la norme "che richiedeva alle imprese algerine di possedere una partecipazione di maggioranza nei progetti". Per aiutare a garantire la partecipazione dell'Algeria ai progetti, è stata creata una joint venture tra la Sonatrach e Sonelgaz, l'altra società energetica statale, cui sarà destinata fino a una quota del 25% dei progetti appaltati. "Questo compromesso può rivelarsi il giusto equilibrio per fornire flessibilità agli investitori internazionali, garantendo nel contempo adeguati livelli di trasferimento di conoscenze e partecipazione locale ai progetti", sottolinea l'Ispi.

Il ruolo dell'Italia

L'Algeria vanta anche una produzione di pannelli solari a costi competitivi, tanto che negli appalti ha fissato quote di acquisto di prodotti localli. Ci sono già tre impianti operativi, con buoni livelli di produzione. L'Ue in questo, che è anche alla ricerca di diminuire la dipendenza dai pannelli della Cina, potrebbe essere interessata a co-investire per aumentare i pannelli algerini. 

Di sicuro, l'Italia ha già messo un piede nel business potenziale del solare algerino: nel dicembre 2021, la veneta Fimer ha siglato un'intesa con il produttore di elettronica algerino Enie, che produce proprio i pannelli di cui sopra. La Fimer si occuperà di sviluppare gli inverter dei nuovi parchi fotovoltaici del Paese, ossia quella componente fondamentale che di fatto trasforma l'energia immagazzinata nei pannelli in quella che viene immessa nella rete elettrica. 

E l'Eni? Nell'accordo con Sonatrach, l'azienda parla di una "valutazione tecnica ed economica di un progetto pilota di idrogeno verde a Bir Rebaa North, nel deserto algerino". Se il colore citato è corretto (l'idrogeno blu è quello prodotto dal gas, l'idrogeno verde quello prodotto dall'energia rinnovabile), l'intesa tra le due compagnie dovrebbe riguardare lo sviluppo di impianti fotovoltaici che potrebbero produrre idrogeno da immettere nei tubi oggi usati per il gas. 

I piani sono ambiziosi, ma i rischi per questa forma di "green deal algerino" sono tanti: in un Paese il cui bilancio arriva per metà dai guadagni del fossile, le spinte a rallentare la transizione sono inevitabili. "Gli appalti competitivi per le energie rinnovabili comportano una serie di complessità, tra cui la progettazione delle aste, le regole che disciplinano gli appalti e l'esecuzione del processo stesso - scrive l'Ispi - Gli investitori cercheranno anche certezze su elementi come i rimpatri degli utili e la capacità di trasmissione disponibile. Più in generale, permangono anche le sfide relative ai sussidi energetici, alla riforma del mercato, alle minacce alla sicurezza e agli eventi politici".

Tutte difficoltà che sono ben note a Bruxelles. Ma i timori di Algeri di non diventare una sorta di Russia del Nord Africa, e la necessità per l'Europa di raggiungere gli obiettivi sempre più ambiziosi del Green deal, potrebbero giocare a favore di un futuro verde per questo Paese. L'Italia, almeno in questo, sembra aver giocato d'anticipo.  

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