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Mercoledì, 1 Febbraio 2023
Il nodo europeo

L'Italia resta sola sul Mes: ok alla ratifica della Germania

La Corte costituzionale tedesca ha dato di fatto il via libera a Berlino sulla riforma del fondo salva-Stati. All'appello ora manca solo Roma

L'Italia resta l'unico Paese dell'Eurozona a non aver ratificato la riforma del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità (il cosiddetto fondo salva-Stati). La Corte costituzionale tedesca ha infatti respinto il ricorso presentato da sette deputati del Fdp, il partito liberaldemocratico, attualmente al governo a Berlino con socialisti e verdi, che si opponevano alla ratifica del testo. "Si tratta di un passo importante che ora apre la strada alla (..) ratifica da parte della Germania", ha commentato in un tweet il presidente dell'Eurogruppo, Paschal Donohoe. 

La notizia ha subito riaperto il dibattito in Italia, dove la maggioranza di governo si trova adesso a dover scegliere se ratificare o meno la riforma. Per l'attuale presidente del Consiglio Giorgia Meloni il tema è spinoso: quando era all'opposizione, ha dichiarato che il suo partito si sarebbe opposto in maniera "totale" al Mes, per evitare "altri cappi intorno al collo" da parte di Bruxelles, respingendo "con tutte le forze questo ennesimo tentativo di riforma di un Trattato che non fa gli interessi dell’Italia". Giancarlo Giorgetti, ora ministro dell'Economia e delle finanze, nel 2019 da vicesegretario della Lega diceva di essere contrario al Mes perché "la sorveglianza rafforzata della Commissione europea non è accettabile".

Una storia travagliata

Ma perché l'Italia teme il nuovo Mes? Per capirlo, bisogna fare un passo indietro. Il Mes come lo abbiamo conosciuto finora è entrato effettivamente in vigore nel 2012, raccogliendo l'eredità di altre iniziative di fondi "salva-Stati" abbozzate dai Paesi europei. L'approvazione in Italia fu sancita dall'allora governo Berlusconi, per poi venire ratificata dal Parlamento con l'arrivo di Mario Monti a Palazzo Chigi. Da un punto di vista degli obiettivi, il meccanismo ha lo scopo di fornire assistenza finanziaria ai Paesi dell'Eurozona che affrontano o rischiano gravi difficoltà finanziarie. A tal fine, l'attuale fondo di salvataggio ha una capacità di prestito di 500 miliardi di euro.

Fin qui nulla da eccepire, se non fosse per le cosiddette "condizionalità" che accompagnano i prestiti. Il caso greco è noto: con l'attivazione del Mes, ma anche prima a dirla tutta, Atene si impegnò a rispettare un Memorandum d'intesa che portò a una severa ristrutturazione del debito, con conseguenze sociali ed economiche drammatiche. A vigilare sul governo ellenico fu posta la famigerata Troika (Commissione Ue, Bce e Fmi), anche se questa triade non è formalmente parte del Mes. Anche altri Paesi usarono il fondo (Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro), ma con effetti decisamente meno destabilizzanti.

L'esperienza greca, di fatto, mise gli Stati dell'Eurozona a maggior rischio prestiti di fronte a un bivio: uscire dal Mes, o riformarlo. Si scelse la seconda strada: dopo lunghe trattative e l'opposizione senza se e senza ma del governo Conte I, composto da M5s e Lega (entrambi strenui oppositori del meccanismo), nel dicembre 2019, con il Conte II e l'alleanza Pd-5 stelle, i ministri delle Finanze raggiunsero un'intesa di massima sulle nuove regole. Arrivò poi il Covid-19, e quando l'Italia chiese a Bruxelles un aiuto per affrontare la pandemia, il primo suggerimento dei cosiddetti Paesi "frugali" fu quello di attivare il Mes, anche se ancora non riformato. O forse proprio per spingere Roma a ratificare l'intesa sulla riforma. La storia è nota: il governo si oppose e ottenne il Recovery fund. Ma nel gennaio 2021, lo stesso esecutivo diede il suo assenso alla riforma, pur apportando qualche modifica rispetto al testo del 2019.

Cosa prevede la riforma

Il nuovo trattato prevede l'ulteriore sviluppo degli strumenti del Mes e il rafforzamento del suo ruolo assieme alla creazione di un sostegno comune per il Fondo di risoluzione unico sulle crisi bancarie. Si tratta di una sorta di ‘cassa comune’ istituita dall’Ue per la risoluzione delle crisi degli istituti bancari in dissesto nell’Eurozona. È finanziato dai contributi del settore bancario, non dal denaro dei contribuenti. Ma nel caso in cui il Fondo di risoluzione unico fosse esaurito, il Mes potrebbe fungere da sostegno - il cosiddetto backstop - e prestare i fondi necessari per finanziare la risoluzione delle banche europee. Stavolta, con i soldi dei contribuenti. Ma per molti, questo strumento rappresenta un punto a favore del settore bancario italiano, tra i più gravati dai cosiddetti Npl, ossia i crediti non più esigibili. 

Parte della politica italiana non è convinta dal meccanismo di richiesta dei prestiti. Negli anni, determinati partiti politici hanno avanzato timori sugli eccessivi vincoli legati a un'eventuale attivazione del Mes, per riforme, tagli e restituzioni dei fondi.

Le partite parallele dell'Italia

Proprio per questi aspetti, l'Italia sta giocando due partite parallele importanti. Una riguarda la riforma del Patto di stabilità: la Commissione europea ha da poco avanzato una proposta di modifica delle regole finanziarie che di fatto concede più tempo agli Stati membri per ridurre il debito ed evitare così tagli alla spesa pubblica controproducenti per la crescita. La proposta, a cui ha lavorato da vicino l'ex premier italiano e oggi commissario all'Economia Paolo Gentiloni, accoglie molte delle richieste avanzate negli anni da Roma. 

C'è poi il capitolo spread: per rispondere alle spinte inflazionistiche, la Banca centrale europea ha intrapreso un percorso di rialzo dei tassi di interesse che potrebbe continuare nei prossimi mesi. Questo potrebbe avere effetti sulla stabilità del debito pubblico italiano: non a caso, lo spread tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi è già aumentato. Per evitare che l'aumento dei tassi comprometta la nostra economia la Bce ha lanciato il Transmission protection instrument (Tpi), da alcuni ribattezzato come "scudo anti-spread". Perché il Tpi si attivi e protegga uno Stato dell'Eurozona serve però che rispetti una serie di parametri, tra cui il Patto di stabilità. Senza Tpi, il Paese in crisi potrebbe trovarsi costretto a fare affidamento al Mes. Ecco perché si deciderà tutto nel traingolo da Bruxelles a Francoforte, fino a Lussemburgo sede del Mes. Ed ecco perché l'Italia potrebbe rallentare ancora la ratifica del nuovo fondo salva-Stati in attesa di rassicurazioni sulla riforma del Patto e del Tpi.

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