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Domenica, 26 Maggio 2024
Il testo

Multe e "gogna" per le imprese che violano diritti umani e ambiente. Ma l'Italia si oppone

Il Parlamento europeo vuole che le grandi aziende siano responsabili del loro impatto su scala globale. Il no dei partiti del governo Meloni

Misure più stringenti per obbligare le grandi imprese ad assumersi la responsabilità delle loro attività e delle loro catene di approvvigionamento, con sanzioni e una sorta di "gogna" pubblica per chi non ha identificato e preso provvedimenti contro violazioni di diritti umani, come il lavoro minorile, e danni ambientali. È quanto prevede il testo adottato oggi dal Parlamento europeo sulla cosiddetta "due diligence" (diligenza dovute), ossia il pacchetto di misure in discussione a Bruxelles per ridurre l'impatto delle attività produttive a livello sociale e sul clima lungo tutta la filiera, dentro e fuori l'Unione europea. Un voto che arriva a dieci anni dalla tragedia del Rana Plaza, l'edificio in Bangladesh dove lavoravano diverse imprese subappaltatrici dei grandi marchi della moda europea. E il cui crollo, dovute alle pessime condizioni di sicurezza, provoco oltre 1.100 morti.

Le imprese interessate

La proposta del Parlamento dovrà adesso essere negoziata con i governi del blocco, con quello italiano che ha già bocciato le misure approvate dalla maggioranza degli eurodeputati. In questo, l'esecutivo di Giorgia Meloni è in linea con le posizioni di buona parte del centrodestra europeo e delle organizzazioni imprenditoriali, le quali denunciano che il provvedimento comporterebbe maggiori oneri burocratici a scapito della competitività, in particolare nella concorrenza con le imprese extra Ue.

In realtà, le misure si rivolgono anche alle grandi aziende non europee. Stando a quanto scrive il Parlamento in una nota, le "imprese Ue con più di 250 dipendenti e un fatturato superiore a 40 milioni di euro", le loro società “madri” con più di 500 dipendenti e un fatturato superiore a 150 milioni di euro, e "le società con sede fuori dall’Ue aventi un fatturato superiore a 150 milioni di euro" e giro di affari nel mercato Ue di "almeno 40 milioni di euro" dovranno rispettare una serie di obblighi. 

I nuovi obblighi

Tali grandi imprese "saranno tenute a identificare e, se necessario, prevenire, porre fine o mitigare, l'impatto negativo che le loro attività hanno su diritti umani e ambiente, come il lavoro minorile, la schiavitù, lo sfruttamento del lavoro, l'inquinamento, il degrado ambientale e la perdita di biodiversità". Inoltre, "dovranno monitorare e valutare l'impatto sui diritti umani e sull'ambiente dei loro partner della catena del valore, compresi i fornitori, la vendita, la distribuzione, il trasporto, lo stoccaggio, la gestione dei rifiuti e altre aree".

Le società dovranno attuare un piano di transizione verde per mantenere il riscaldamento globale entro il limite di 1,5°. Inoltre, "nel caso di grandi società con oltre 1.000 dipendenti, il raggiungimento degli obiettivi del piano avrà un impatto sulla remunerazione variabile degli amministratori, come i bonus". Le nuove norme prevedono anche che "le imprese collaborino e sostengano le persone colpite dalle loro azioni, compresi gli attivisti per i diritti umani e l'ambiente, introducano un meccanismo di reclamo e controllino regolarmente l'efficacia della loro politica di diligenza dovuta". 

Sanzioni e meccanismo di vigilanza

Le società che non rispetteranno le regole saranno responsabili degli eventuali danni e potranno essere sanzionate dalle autorità di vigilanza nazionali. Le sanzioni comprendono misure quali il ritiro dal mercato dei prodotti dell'azienda o ammende pari ad almeno il 5% del fatturato netto globale. Le aziende extra-Ue che non rispettano le regole saranno escluse dagli appalti pubblici in Europa. Inoltre, è prevista una sorta di gogna pubblica, il "naming and shaming", ossia la pubblicazione dei nomi degli inadempienti che potrebbe portare a campagne di boicottaggio. 

Adesso, come dicevamo, la palla passa ai negoziati tra Parlamento e governi nazionali. Gli attivisti per i diritti umani e l'ambiente temono che al tavolo delle trattative il testo possa venire annacquato.

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