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Giovedì, 30 Maggio 2024
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Redazione

La guerra di Putin la stiamo pagando noi europei (con gas e petrolio)

La guerra di Putin la stiamo pagando noi. Come? Il gas e il petrolio che ogni anno l'Ue (in particolare Germania e Italia) acquista dalla Russia equivale a 55 miliardi di euro. Se si aggiungono poi i minerali importati, la stragrande maggioranza per alimentare le industrie pesanti, la fattura che paghiamo ogni anno a Mosca sale a circa 64 miliardi di euro. E sapete a quanto ammonta la spesa militare della Russia, quella che gli serve per pagare esercito, nuove armi e bombe? Beh, 62 miliardi. Gli resta pure qualcosina in più da spendere...

La dipendenza dal gas russo è un errore storico che ha commesso l'Europa, e l'Italia in particolare. La decarbonizzazione dell'energia in Italia è stata in buona parte una presa in giro: nel 2011, ossia 10 anni fa e passa, il nostro mix energetico vedeva una quota del gas del 40%, oggi è del 43%. Nello stesso periodo le rinnovabili sono passate dal 35,6% al 41,7%. E proprio qui sta il punto: in tutti questi anni non abbiamo mai smesso di finanziare le fonti fossili. Dal 2011 al 2020 abbiamo speso oltre 136 miliardi di sussidi per gas, petrolio e carbone. Se queste risorse le avessimo investito per le rinnovabili, la nostra dipendenza dal gas russo, da quello dell'Azerbaigian (che ricordo è un regime che stiamo alimentando con la TAP) o dal gas di scisto degli Stati Uniti. 

Chi punta il dito contro gli ambientalisti accusandoli di aver reso l'Italia più "debole" dinanzi alla crisi in Ucraina, o non sa ciò di cui parla, o mente sapendo di mentire. Se in Italia non ci fosse stato un fronte di ambientalisti, innovatori e imprese che ha spinto in tutti questi anni per aumentare le fonti rinnovabili contro lo strapotere delle lobby fossili, oggi saremmo molto più dipendenti da Russia e compagnia bella. E le nostre bollette molto più care. 

Qualcuno potrebbe obiettare che se avessimo estratto più gas dai giacimenti italiani, avremmo oggi meno problemi. Una teoria sostenuta da una serie di informazioni impazzite che girano in questi giorni sui media: c’è chi dice che sotto le nostre terre e i nostri mari ci sarebbero 350 miliardi di metri cubi di gas. Un’altra stima parla di 90 miliardi di metri cubi di gas. Oggi, in un anno, ne consumiamo tra 70 e i 75 miliardi di metri cubi. Volendo credere alla stima più grossa, avremmo gas per altri 4 anni e mezzo.Ma al di là di queste stime, perché l’Italia ha ridotto le sue estrazioni di gas nel tempo? Per colpa degli ambientalisti? Certo che no: estrarre gas alle nostre latitudini ha un costo economico, sociale, sanitario e ambientale elevatissimo. Andate a Gela, e ditelo ai genitori dei bambini malformati. Si dice che sia il petrolchimico, ma finora le fonti “ufficiali” lo escludono. 

A ogni modo, non sono stati certo gli ambientalisti (loro malgrado) a bloccare le trivelle. Le stesse lobby fossili hanno preferito delocalizzare la produzione: guardate dove estrae gas l’Eni. Lo fa in Nigeria, per esempio, e da lì compriamo il gas naturale liquefatto. Noi paghiamo il gas allo stesso prezzo (dato che il prezzo del gas è fissato a livello internazionale ad Amsterdam), loro lo vendono abbattendo i costi di produzione. Un bell’affare (per loro).

Ma potremmo davvero campare con il nostro gas made in Italy? Beh, il ministro Cingolani, tra i fautori del ritorno alle trivelle, si è posto come obiettivo di aumentare la capacità estrattiva di gas italiano di 2,2 miliardi di metri cubi all’anno, contro i circa 4 attuali. E sapete quando potremmo cominciare a farlo? Non prima del 2024. Ma come? E i 90 miliardi di metri cubi di cui sopra dove sono finiti? Forse, la verità è che i giacimenti non sono così pieni, o cosi’ facili da sfruttare (per esempio quelli davanti Venezia). E poi, 2,2 miliardi di metri cubi di gas a fronte di 70-75 miliardi che consumiamo sono un’inezia. Rappresenterebbero circa l’1,1% del nostro mix energetico, non ci aiuterebbero certo a “staccarci” dalla Russia o da altre fonti estere.

Chi contesta questa direzione viene spesso associato a ragazzini idealisti privi di qualsiasi tipo di competenza, populisti "green" sconnessi dalla realtà. Chissà se tale accusa è rivolta anche a Confindustria. Tra le associazioni che compongono la più grande lobby dell'industria italiana, c'è anche Elettricità Futura, che rappresenta il 70% delle imprese del settore elettrico italiano. Nel corso di una conferenza stampa del 25 febbraio scorso, passata quasi inosservata, Elettricità Futura ha lanciato un appello al governo affinché sostenesse con più forza le rinnovabili. La loro posizione è questa: installare 60 GW di rinnovabili nei prossimi 3 anni è la soluzione strutturale per aumentare la sicurezza e l’indipendenza energetica, e ridurre drasticamente la bolletta elettrica. Il settore elettrico è pronto a fare la sua parte, mettendo sul piatto 85 miliardi di euro nei prossimi 3 anni. Con un adeguato sostegno pubblico, si potrebbero raggiungere tale target e creare 80.000 nuovi posti di lavoro.

Come ci aiuterebbero le rinnovabili dinanzi al rischio di uno stop al gas russo? Ce lo spiega Agostino Re Rebaudengo, presidente di Elettricità Futura: “60 GW di nuovi impianti rinnovabili faranno risparmiare 15 miliardi di metri cubi di gas ogni anno, ovvero il 20% del gas importato" in Italia, dice. "O, in altri termini, oltre 7 volte rispetto a quanto il Governo stima di ottenere con l'aumento dell'estrazione di gas nazionale”, ha aggiunto. Parole sue, non di Greta Thunberg. 

*Rosa D'Amato, eurodeputata del gruppo Greens

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