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Domenica, 5 Febbraio 2023
Le nuove regole

L'Ue non dice addio all'austerità, ecco cosa cambia per l'Italia di Meloni

La Commissione europea ha presentato la riforma delle regole su debito e deficit: più margini di manovra nell'immediato ma se si sgarra il costo peserà sulle generazioni future

Più tempo e piani ad hoc per gli Stati membri per ridurre il debito pubblico. Vincoli annuali meno stringenti sul deficit. Ma anche l'introduzione di un unico indicatore per valutare i bilanci, ossia la spesa primaria al netto degli interessi sul debito. Vista così, la riforma del Patto di stabilità e crescita proposta dalla Commissione europea sembra porre fine alla stagione dell'austerity e tendere una mano alle richieste portate avanti dal Belpaese a Bruxelles dalla crisi finanziaria in poi, a prescindere dal colore dei governi. Ma un'analisi più attenta della proposta rivela anche rischi non da poco per l'Italia. Le sanzioni, innanzitutto, che con le nuove regole saranno più concrete e potrebbero portare al taglio dei fondi Ue, compresi quelli del Pnrr. Ma anche la possibilità di lasciare alle generazioni future un peso sui conti pubblici a cui far fronte in un solo modo: ossia con un rigore ancora più asfissiante di quello a cui abbiamo assistito prima della pandemia. Vediamo la riforma punto per punto.

Debito pubblico

I parametri più famosi del Patto restano invariati: la soglia del rapporto debito/Pil da raggiungere sarà ancora del 60%, così come quella del deficit annuale, ossia il 3% della spesa sul Pil. Per il debito, quello che cambia è che non vi sarà più il vincolo di una riduzione annuale del ventesimo (ossia la riduzione ogni anno del ventesimo del debito sopra il 60%), ma verrà fissato un percorso ad hoc a seconda delle condizioni di partenza di ogni Stato membro e con un periodo di attuazione che potrà durare fino a 7 anni.

La riforma distingue gli Stati con debito sostanziale, quelli con debito moderato e infine quelli con poco debito. I Paesi con debito sostanziale come l'Italia (per semplificazione, quelli oltre il 90% del debito, ma non sarà l'unico elemento di classificazione) avranno quattro anni per un percorso di riduzione dell'indebitamento (che potrà essere esteso a sette anni). Gli Stati con debito moderato avranno invece tre anni di tempo. Ogni Stato membro dovrà presentare un piano strutturale di debito a medio termine da sottoporre alla valutazione della Commissione e all'approvazione del Consiglio, un po' come fatto con i Pnrr. Per i Paesi più indebitati, il piano dovrà contenere un calendario allegato di riforme e investimenti, e tra questi Paesi c'è ovviamente l'Italia. 

Il deficit

Altra novità importante riguarda il calcolo del deficit. La buona notizia per l'Italia è che il computo verrà fatto non più su più parametri (soggetti tra l'altro a eterne discussioni politiche), ma sulla spesa primaria netta, ossia quanto viene speso annualmente al netto degli interessi pagati sul debito pubblico. Nel 2021, tali interessi hanno pesato per circa 60 miliardi sui conti italiani. Inioltre, sono escluse da tale parametro (che comunque era presente anche con le regole attuali) le misure discrezionali in materia di entrate e la spesa ciclica per la disoccupazione.

In compenso, la proposta della Commissione manda in soffitta la 'golden rule', ossia la regola che consente di escludre alcuni investimenti, come quelli green e digitali, dal calcolo del deficit. L'Italia ha fatto ampiamente ricorso a questa regola nel corso degli anni, spesso in seguito a lunghi bracci di ferro con Bruxelles ed escludendo di volta in volta le spese per il terremoto, o quelle per i migranti. Con questa mossa, la Commissione spiega di voler lasciare agli Stati membri più libertà nel "decidere le proprie priorità di spesa pubblica". 

Le sanzioni

Questa maggiore libertà di azione sarà controbilanciata da alcuni accorgimenti, non di poco conto. Innanzitutto, i piani di riduzione del debito andranno contrattati preventivamente sia con la Commissione, sia con gli altri Stati membri. Il che vuol dire, tra le altre cose, che se le raccomandazioni annuali di Bruxelles saranno meno importanti, sia la stessa Commissione, sia gli altri Paesi avranno comunque voce in capitolo sulle scelte di riforme e investimenti nei piani pluriennali. Una volta concordati tali piani, verranno effettuate delle valutazioni annuali, senza però che queste portino a eventuali sanzioni.

Le sanzioni scatteranno ex post: saranno meno pesanti sulla carta, ma dovrebbero essere più concrete nella loro attuazione. Finora, infatti, al netto delle persistenti tensioni politiche sull'asse Roma-Bruxelles, l'Italia non ha mai rispettato la regola del ventesimo per la riduzione del debito. Una violazione che è rimasta pressoché impunita. Ora, le sanzioni potrebbero essere più stringenti e scatterano in caso di mancata messa in atto del piano pluriennale: la procedura per i deficit eccessivi viene mantenuta, mentre la procedura per il debito eccessivo viene rafforzata. La procedura scatterà anche quando uno Stato membro con un debito superiore al 60% del Pil si discosta dal percorso di spesa annuale concordato.

Le sanzioni previste sono di 3 tipi: ci sono quelle finanziarie, come accade per tutte le procedure d'infrazione, ma anche quelle 'reputazionali' (per esempio, un ministro delle Finanze potrebbe venire 'convocato' dal Parlamento europeo per presentare pubblicamente il piano per rientrare da una procedura). Inoltre (ed è questa una novità), la Commissione potrebbe applicare il meccanismo di condizionalità macroeconomica in corso di 'sperimentazione' con Polonia e Ungheria sullo stato di diritto: in sostanza, Bruxelles potrebbe bloccare una parte dei fondi Ue, compresi quelli del Pnrr, se non si rispettano gli accordi. Gli Stati non in linea con gli impegni potranno comunque cercare di evitare le sanzioni appellandosi a circostanze eccezionali e chiedendo di rivederli alla luce di tali circostanze. Ma i margini di trattativa (già ampiamente utilizzati dall'Italia sotto il vecchio schema) dovrebbero essere meno ampi. 

Finita l'austerity?

La proposta della Commissione ora passerà nelle mani di Parlamento e Stati membri. L'obiettivo di Bruxelles è di avere le nuove regole pronte per il 2024, ossia quando il Patto (ancora sospeso in seguito alla pandemia) dovrebbere tornare in vigore (a proposito, la clausola di salvaguardia per sospendere il Patto è stata mantenuta). Qualora la riforma dovesse venire approvata così com'è, tra sospensione e nuova partenza il governo di Giorgia Meloni potrebbe avere la grande occasione di attuare i suoi piani economici con meno pressioni da parte dell'Ue. E rinviare i nodi politici irrisolti magari a successivi governi. 

Secondo uno studio di Intesa San Paolo, basato sulle ipotesi di modifica del Patto che sono state ora confermate da Bruxelles, con le nuove regole, "l percorso di aggiustamento richiesto" all'Italia "sarebbe meno sbilanciato sul breve termine". Inoltre, "i minori incentivi alla riduzione degli investimenti potrebbero stimolare la crescita reale e, nel lungo periodo, anche quella potenziale". L’introduzione della norma sulla spesa primaria netta, però, "non implicherebbe comunque una politica fiscale significativamente più espansiva: a fronte di un minor grado di severità fiscale nel breve termine, nel medio termine il percorso di consolidamento richiesto potrebbe risultare persino più stringente di quello implicito nelle norme attuali sul debito del Patto di stabilità e crescita", avverte il rapporto. In altre parole, l'austerity che non incontreremo nell'immediato, potrebbe prima o poi rispuntare fuori con tenaglie ben più stringenti e concrete. "L’inconveniente di questo approccio è quindi lo spostamento dell’onere del consolidamento fiscale sulle generazioni future", è il monito di Intesa San Paolo. 

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