Martedì, 16 Luglio 2024
L'analisi

Ecco come le sanzioni stanno facendo male alla Russia (nonostante spesso aggirate)

Uno studio critica le previsioni del Fmi secondo cui la Federazione crescerà più della Germania. L'Ue intanto ha approvato definitivamente l'11esimo pacchetto di misure restrittive volte a evitare che gli interventi decisi da Bruxelles siano elusi da Putin

Quando ad aprile il Fondo monetario internazionale ha pubblicato le sue previsioni economiche, ha fatto scalpore il dato secondo cui la Russia sarebbe cresciuta più di Germania e Regno Unito. La cosa è stata letta come una conferma del fatto che le sanzioni imposte dall'Occidente contro il Paese, in risposta all'invasione dell'Ucraina, non starebbero funzionando, o almeno non come ci si aspettava. Ma un nuovo studio ha smentito questa ipotesi sostenendo che un'analisi più attenta di diversi indicatori economici mostrerebbe che invece le misure punitive "stanno funzionando" e che tra poco avranno un "impatto devastante". Ieri, proprio nel giorno in cui l'Unione europea ha dato il via libera al suo undicesimo pacchetto di sanzioni, il Wilfried Martens Centre for European Studies ha pubblicato il suo report dal titolo "Di male in peggio: gli effetti continui delle sanzioni alla Russia".

"L'Fmi prende in considerazione solo macro indicatori come il Pil, e lì le contrazioni dell'economia sono miti, ma se prendiamo in considerazione invece dei settori specifici ci rendiamo conto che quelli legati alla guerra stanno avendo ottimi risultati, ma gli altri sono in difficoltà. Bisogna però tenere in considerazione che la produzione di bombe, che poi vengono sganciate in Ucraina, non crea profitti come quella di altri beni e che inoltre l'industria della Difesa è sostenuta da fondi pubblici, che ora stanno finendo anche grazie alle sanzioni", ci spiega l'autore dello studio, Vladimir Milov, che in passato è stato anche brevemenete viceministro dell'Energia nella Russia di Vladimir Putin (nel 2002), per poi allontanarsi dal presidente e diventare uno dei leader dell'opposizione.

Perché Berlino vuole sanzionare le aziende, anziché gli Stati, che esportano in Russia

Come spiega lo studio del Think Tank vicino al Ppe, l'inizio di quest'anno è stato caratterizzato da due importanti tendenze nelle finanze del governo: in primo luogo le entrate da petrolio e gas sono diminuite drasticamente, soprattutto a causa dell'embargo petrolifero dell'Ue, in secondo luogo Mosca ha finanziato in anticipo una quantità di spese militari senza precedenti. Secondo le stime basate sui dati del Ministero delle Finanze, oltre 3mila miliardi di rubli (32,72 miliardi di euro) sono stati trasferiti al Ministero della Difesa nel periodo gennaio-aprile 2023, ovvero oltre la metà del bilancio annuale totale per il 2023 (che è di 5mila miliardi di rubli in totale). Di conseguenza il Ministero delle Finanze russo ha riferito che il deficit di bilancio totale nel periodo gennaio-aprile 2023 ha raggiunto i 3,4 trilioni di rubli, ovvero il 17% in più rispetto al deficit programmato approvato per l'intero anno nell'ambito della legge di bilancio.

Il Paese soffre poi di una mancanza di investimenti, soprattutto stranieri. Dopo la fuga dei capitali occidentali, Cina, India e le nazioni asiatiche non hanno rimpiazzato il vuoto lasciato non essendo molto interessate ad investire massicciamente in tecnologia e competenze nella Federazione, come ha fatto l'Occidente negli ultimi 30-40 anni. All'inizio del 2022, gli Investimenti diretti esteri (Ide) cumulativi dei Paesi asiatici in Russia erano eccezionalmente bassi: 3,3 miliardi di dollari dalla Cina, 2,4 miliardi di dollari da Hong Kong, 0,6 miliardi di dollari dall'India secondo la Banca centrale russa. Dall'inizio della guerra non ci sono stati nuovi investimenti importanti.

L'Ue vuole ridurre le scappatoie alle sanzioni a Mosca (ma senza toccare Cina e Turchia)

Il governo russo ha riportato un dato abbastanza positivo sulla crescita degli investimenti in capitale fisso nel 2022: il 4,6%, una cifra ottima. Ma in realtà, la cifra del 4,6%, secondo il report, sarebbe una distorsione. Gli investimenti sono cresciuti del 13,8% su base annua nel primo trimestre del 2022 (prima ancora che le sanzioni iniziassero a mostrare i primi effetti), per poi scendere al 2-3% di crescita nei restanti tre trimestri del 2022 e ad appena lo 0,7% su base annua nel primo trimestre del 2023. Inoltre, come per il Pil, se si fa una ripartizione tra le industrie legate alla guerra e il resto dell'economia civile, è chiaro che nelle aree legate al conflitto e ai relativi sforzi finanziati dallo Stato (trasporti, costruzioni, pubblica amministrazione e sicurezza militare, magazzini), gli investimenti crescono spesso di decine di punti percentuali, mentre nelle aree chiave dell'economia privata reale, questi diminuiscono significativamente.

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Lo studio riconosce però che finora Putin è stato capace di aggirare buona parte delle sanzioni, con l'aiuto più o meno consapevole di Paesi terzi. Mosca è riuscita a garantirsi non solo il commercio di diversi beni sottoposti a sanzioni, ma anche le importazioni di beni industriali e di consumo che non sono sottoposte a sanzioni, ma che sono stati persi a causa del ritiro delle imprese occidentali dal mercato russo. Le importazioni parallele di questi beni, ad esempio, hanno superato i 20 miliardi di dollari nel 2022.

La Russia ha sostituito molte delle importazioni dirette occidentali perse attraverso l'acquisto delle stesse merci in Paesi come la Turchia, le cui esportazioni verso la Federazione sono aumentate del 62% nel 2022 (a 9,3 miliardi di dollari), e nel periodo gennaio-aprile 2023 del 47% (a quasi 1 miliardo di dollari al mese), secondo Turkstat. Nell'altro verso le esportazioni russe negli Emirati Arabi Uniti nel 2022 sono aumentate di ben un 71%, raggiungendo gli 8,5 miliardi di dollari, secondo il vice premier russo Denis Manturov. Come sottolinea il report è evidente che negli Emirati Arabi non c'è una tale domanda aggiuntiva di beni russi, e l'impennata delle esportazioni russe riflette in gran parte schemi commerciali volti ad aggirare le sanzioni per rivendere queste merci dove altrimenti sarebbe proibito.

E proprio sul provare a fermare queste scappatoie si è concentrato l'undicesimo pacchetto di sanzioni approvato ieri dall'Unione europea dopo lunghi negoziati di circa un mese e mezzo. Il pacchetto essenzialmente va a colpire l'elusione delle misure contro Mosca con la complicità di Stati terzi come la Turchia ed ex sovietici come l'Armenia ma anche Cina ed Emirati, e società terze di Paesi accomodanti, e tocca i settori del commercio, trasporto ed energia. In particolare, per quanto riguarda il commercio, il nuovo strumento anti-elusione consentirà all'Ue di limitare la vendita, la fornitura, il trasferimento o l'esportazione di specifici beni e tecnologie sanzionati a determinati Paesi terzi, se si riterrà che questi di fatto stiano facendo da porta di entrata per queste merci verso la Russia.

Come la finanza sta guadagnando grazie alle sanzioni alla Russia

Sono soggetti a restrizioni all'esportazione più severe poi gli articoli a duplice uso e tecnologia avanzata, ad esempio alcuni refrigeratori che contengono chip che la Russia potrebbe estrarre per poi usarli per scopi diversi, anche quelli militari. Oltre alle entità russe e iraniane già elencate, vengono aggiunte alle sanzioni aziende registrate in Cina (3 a Hong Kong), Uzbekistan, Emirati Arabi Uniti, Siria, Armenia e Iran. Le misure sui trasporti impongono un divieto totale per i camion con rimorchi e semirimorchi russi di trasportare merci nell'Ue. Viene previsto poi un divieto di accesso ai porti dell'Ue per le navi sospettate di trasferimenti da nave a nave di petrolio russo, di fatto contrabbandandolo, o per le cosiddette "navi fantasma", quelle cioè che manipolano o disattivano il proprio sistema di tracciamento della navigazione durante il trasporto di petrolio russo.

Oltre a questo trucco, che ha un impatto però limitato, la Russia sta da tempo sopperendo al divieto di vendita di petrolio in Europa e il tetto al prezzo in Occidente sempre grazie alla complicità di Paesi terzi. Negli ultimi mesi Mosca ha aumentato le esportazioni di greggio verso nazioni come India, Cina e Pakistan, mentre i dati mostrano che l'Ue da loro sta importando enormi quantità di carburante raffinato. Nuova Delhi, ad esempio, ha visto le consegne di greggio russo salire da circa 1 milione di barili al mese a 63 milioni solo ad aprile. Nel frattempo, le esportazioni di gasolio verso l'Ue sono decuplicate e le spedizioni di jet fuel sono aumentate di oltre il 250%. Questa pratica però non costituisce una violazione delle sanzioni, in quanto il G7 ha voluto limitare i guadagni della Russia senza però destabilizzare i mercati petroliferi globali.

Di conseguenza a maggio, l'Agenzia internazionale per l'energia ha riferito che il volume delle spedizioni di greggio di Mosca è salito al livello più alto dall'invasione dell'Ucraina, con un aumento di 50mila barili al giorno a 8,3 milioni di barili, nonostante i controlli sui prezzi. Secondo il report del Wilfried Martens Centre for European Studies, per la Federazione russa le perdite economiche nel settore sarebbero comunque ingenti in quanto gli acquisti di petrolio russo da parte degli acquirenti dei mercati asiatici saturi sono avvenuti con sconti enormi. "Inoltre le spedizioni nei nuovi mercati, in cui non ci sono oleodotti come in Europa, hanno costi elevati e richiedono tempi più lunghi. Per una spedizione con le navi in India ci vuole più di un mese e in generale su ogni barile la Russia perde così circa 10 dollari", afferma Milov.

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