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Domenica, 5 Febbraio 2023
La lezione britannica

Cosa insegna il caos del Regno Unito a Meloni

E perché il nuovo governo ha bisogno della collaborazione con Macron in Europa

Ha fatto il giro del mondo l'immagine della lattuga che il Daily Star ha utilizzato per "cronometrare" la durata del governo di Liz Truss: la premier si è dimessa 44 giorni dopo essere stata nominata, con largo anticipo rispetto al momento in cui l'ortaggio scelto dal quotidiano britannico sarà del tutto marcio. Ora, difficilmente la prima donna presidente del Consiglio italiano batterà il record negativo di Truss, ma la lattuga (o meglio, la vicenda dell'esecutivo lampo di Londra) può essere in qualche modo un monito per Giorgia Meloni. E più in generale per la classe politica italiana.

I paralleli tra Londra e Roma

Il fatto è che, come sottolineato dall'Economist in una sua recente copertina, il Regno Unito somiglia sempre di più al Belpaese, purtroppo nei suoi aspetti peggiori: da anni affetta da una crescita stagnante, Londra ha imparato a sue spese a convivere con una instabilità politica che ha visto passare da Donwing Street ben 3 premier diversi nell'arco di pochi mesi. L'ultimo sarà Rishi Sunak, che avrà il compito di riportare il Paese anche sul percorso della stabilità finanziaria: l'ultima rilevazione sul debito pubblico britannico indica che il suo peso sul Pil sfiora ormai il 100%. Giusto 20 anni fa, era sotto il 30%. 

La dinamica di crescita del debito va avanti da anni, ma dopo la crisi globale del 2008 i titoli di Stato di Sua Maestà hanno comunque avuto un trend calante. Dall'inizio dell'anno, però, e con la crisi del governo di Boris Johnson, i rendimenti sono tornati a salire, rendendo più oneroso per il Regno Unito finanziarsi sui mercati per sostenere spesa e investimenti. Nonostante le avvisaglie, la neo premier Liz Truss ha pensato bene di presentare un piano di aiuti anti-bollette e tagli alle tasse che avrebbe richiesto un maxi indebitamento, con il risultato che i rendimenti delle obbligazioni a 10 anni hanno toccato il livello più alto dalla crisi del 2008, mentre la sterlina è scesa al suo minimo storico nei confronti del dollaro. Ci sono voluti una clamorosa inversione a "U", con conseguenti dimissioni di Truss, e un corposo intervento della Bance centrale britannica, per riportare un po' di serenità sui mercati. 

Gli avvertimenti di mercati e Fmi

Ora, a Downing Street c'è un nuovo inquilino, Rishi Sunak, che viene da Goldman Sachs e che aveva criticato il piano di Truss prevedendone il fallimento. Ma gli esperti sostengono che la frittata sia comunque ormai fatta: Londra e la sua banca centrale avrebbero perso credibilità agli occhi degli investitori internazionali. Proprio in un momento in cui, dopo la Brexit, l'intento dei conservatori anti-Ue era quello di dimostrare che senza i lacci di Bruxelles il Regno sarebbe potuto tornare a una crescita sostenuta lanciandosi in politiche espansive e tagli di tasse. "L’errore di politica economica", scrive l'Osservatorio sui conti pubblici dell'Università Cattolica, "è stato tanto evidente che è stato oggetto di una dura critica in una nota del Fondo monetario internazionale, cosa che avviene solo in casi rarissimi.  Il Fondo ha criticato la scelta di intraprendere una politica fiscale espansiva finanziata a debito in un contesto in cui la spinta inflazionistica poneva (e pone tuttora) seri pericoli a molte economie avanzate. Ha anche fatto osservare che le decisioni sulla struttura della tassazione avevano l’effetto di accentuare le diseguaglianze in un Paese in cui queste sono notevolmente aumentate negli ultimi anni".

La flat tax

Se si pensa che tutto ciò è capitato a un Paese con i conti nettamente più ordine di quelli italiani, è chiaro che quanto successo al di là della Manica non può essere che di monito per il nuovo governo Meloni. Misure come la flat tax, che nella sua versione "secca" costerebbe sui 50 miliardi a fronte di coperture incerte come l'emersione dal nero (già sovrastimata in passato dall'Italia nei suoi negoziati con Bruxelles), rischiano di produrre gli stessi effetti sui titoli di Stato visti con il piano di Truss (ossia un taglio delle tasse corposo senza coperture certe se non la promessa di un Pil più ricco). Lo stesso discorso vale per altri desiderata del programma del centrodestra, dalle pensioni al cuneo fiscale. Tutte misure che devono essere soppesate con l'altra grande esigenza di questi mesi: la necessità di sostenere famiglie e imprese per far fronte al rialzo dei prezzi dell'energia e all'inflazione. 

La coperta corta

Il governo Draghi è stato tra i primi in Europa a cercare negli extra profitti delle compagnie energetiche delle risorse fresche per sostenere i sussidi anti-rincari. E le proposte della Commissione Ue in tal senso (contributo di solidarietà per il settore fossile, e prelievi sui ricavi per gli altri) cambiano la forma, ma non la sostanza: le entrate che possono arrivare dal comparto energetico non risolveranno le ristrettezze di cassa. Potrebbe poi aiutare allargare la ricerca fondi alzando le tasse sulle fasce di reddito più alte, come ha suggerito di recente il Fondo monetario internazionale: ma per il centrodestra la parola patrimoniale è come un'eresia, ed elevare la pressione fiscale guardando alla parte alta della piramide sociale è il contrario della flat tax.

Al netto delle ideologie, la realtà non può essere ignorata: la coperta è corta, dicono diversi indicatori, e quello che le imprese chiedono in questo momento in via prioritaria è un aiuto con le bollette, più che il cuneo fiscale. Il tetto al prezzo del gas, se attuato secondo il modello che sembra avere più consenso in Ue, ossia quello iberico, richiederà miliardi di fondi pubblici per essere messo in funzione, dato che non è altro che una forma di sovvenzione alle centrali a gas per tenere bassi i prezzi. Si consideri in tutto questo il rialzo dei tassi di interesse da parte della Bce, che potrebbe proseguire nei prossimi mesi, innescando effetti potenzialmente rischiosi per la sostenibilità del nostro debito pubblico.  

Da qualsiasi punto la si guardi, è chiaro che il governo Meloni, con le sole forze del bilancio italiano e nonostante i fondi del Recovery fund, ha margini di manovra ristretti per perseguire nell'immediato le promesse più eclatanti su fisco e pensioni. Lo può fare, anche contro potenziali pareri contrari della Commissione europea e sfruttando magari la sospensione del Patto di stabilità e la sua possibile riforma, che potrebbe rendere meno stringenti le pressioni rigoristiche nell'immediato. Ma il problema è che, come insegnano il caso britannico e le vicende dell'ultimo governo Berlusconi, i conti vanno fatti non solo e non tanto con i falchi dell'austerity di Bruxelles, ma con i mercati finanziari.

I nuovi alleati

Questo non vuol dire che il centrodestra debba rinunciare ai suoi piani; ma Meloni e Giorgetti dovranno districarsi in un campo minato per portare avanti il programma sventolato in campagna elettorale. Un aiuto potrebbe arrivare paradossalmente dalla stessa Europa che fino a ieri Fdi e Lega hanno accusato di (quasi) tutti i mali. A Bruxelles, su insistenza di Mario Draghi, si discute di una riedizione del Sure, il fondo costruito con bond emessi dall'Ue: non si tratta di sussidi a fondo perduto come quelli del Recovery fund, ma di prestiti, che comunque sono sempre a tassi migliori di quelli che l'Italia potrebbe ottenere emettendo i suoi titoli di Stato. I soliti frugali hanno alzato già un muro, ma Meloni può contare sulla convergenza di interessi con Francia e Spagna, ossia con il vituperato (in passato) Emmanuel Macron e con il leader di centrosinistra Pedro Sanchez. Le realpolitik, del resto, è anche questo.

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