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Martedì, 28 Giugno 2022
Paradosso energetico

L'Europa torna a bruciare carbone (e fino ad agosto lo compreremo da Putin)

Dopo l'Italia, anche Germania, Olanda e Austria riaprono le centrali per far fronte al ricatto del Cremlino sul gas. Ma per ora dovremmo fare affidamento (anche) sulle miniere russe

Allo scoppio della guerra in Ucraina, l'Italia si era mossa in anticipo, riavviando le sue centrali a carbone. Con il risultato che il primo trimestre del 2022 ha fatto registrare un balzo del 25% nella produzione di questi impianti, trainando una crescita delle emissioni di Co2 dell'8%. Un esempio che adesso sarà seguito da altri Paesi europei: prima la Germania, poi Austria e Paesi Bassi hanno annunciato a stretto giro che rilanceranno la produzione di elettricità dal carbone. Il motivo è noto: la Russia sta aumentando le sue minacce di tagliare le forniture di gas all'Europa, la quale a sua volta deve riempire le sue riserve almeno all'80% entro inizio novembre per garantire a famiglie e industrie un inverno meno "freddo". Come fare? Ridurre i consumi di gas naturale, cercare di acquistare più gas naturale liquefatto (gnl) dal mercato, e, per l'appunto, tornare a bruciare più carbone possibile. Con buona pace dei target sulla decarbonizzazione.

È una scelta "dolorosa" ma inevitabile, ha ammesso il ministro dell'Economia tedesco Robert Habeck, uno dei leader dei Verdi europei, nel presentare il piano della Germania: il gigante russo Gazprom ha cominciato a ridurre i flussi lungo il Nord Stream 1, prima lamentando problemi tecnici, poi accusando le sanzioni Ue. Lo stesso problema ha l'Austria, da cui si snoda il gasdotto russo che rifornisce l'Italia: il governo di Vienna ha concordato con la società energetica Verbund di convertire una centrale elettrica a gas a carbone se il Paese dovesse affrontare un'emergenza. Mentre l'Olanda ha annunciato la rimozione dei limiti alla produzione degli impianti energetici a carbone, attivando la fase di "allerta rapida". 

Senza tali misure, secondo Habeck, "corriamo il rischio che gli impianti di stoccaggio non siano abbastanza pieni alla fine dell'anno in vista della stagione invernale. Diventando più ricattabili a livello politico", ha detto il ministro tedesco. Il modello per la Germania, più che l'Italia, in realtà è la Polonia: il governo di Varsavia ha da mesi messo in standby i suoi piani di decarbonizzazione (il Paese è di gran lunga il massimo produttore di elettricità da carbone) e ha già riempito le sue riserve di gas al 97%. Berlino e Roma sono per ora ferme poco sopra il 55%, i Paesi Bassi al 48%, l'Austria è al 41%.

Il paradosso di questa situazione è che per contrastare la riduzione di gas da Mosca, l'Ue dovrà fare incetta di carbone dalla stessa Russia: lo scorso marzo, nel pieno della guerra, i Paesi europei hanno acquistato 7,1 milioni di tonnellate di carbone dall'estero, di cui 3,5 milioni dalle miniere russe, quasi la metà. Un aumento del 40% rispetto al marzo del 2021. Secondo il Centre for research on energy and clean air (Crea), nei primi 100 giorni del conflitto in Ucraina, gli Stati Ue hanno speso 1,6 miliardi di euro per rifornirsi da Mosca, più del triplo della Cina: i maggiori acquirenti sono stati, nell'ordine, Olanda, Germania, Polonia e Italia. 

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La corsa alla riapertura e al rilancio delle centrali a carbone comporterà inevitabilmente un aumento delle richieste dalla Russia. Almeno fino ad agosto, quando dovrebbe scattare l'embargo Ue all'importazione da Mosca. Le alternative alle miniere russe ci sono, ma non tali da staccarsene immediatamente: a marzo, la Colombia è stato il secondo esportatore verso l'Europa dopo la Russia, con 1,3 milioni di tonnellate, seguiti dagli Usa (circa 900mila tonnellate). Altri fornitori sono stati in questi mesi il Sud Africa, l'Australia e l'Indonesia. Tutti hanno aumentato le loro quote verso l'Ue, ma gli esperti segnalano che la crescita dell'export verso il Vecchio Continente non potrà essere infinita: aumentare l'estrazione di carbone richiede tempo, così come rimodulare i contratti.

Un problema simile a quello del gnl, anche se in modo ridotto. Il Cremlino lo sa, e gli analisti sono sicuri che giocherà l'arma del ricatto politico con sempre più forza nei prossimi mesi. D'altro canto, la disconnessione dall'energia di Mosca rischia di provocare effetti sui prezzi al di là dello scontro immediato: Markus Krebber, amministratore delegato del più grande produttore tedesco di energia, Rwe, ha affermato che i prezzi dell'energia potrebbero impiegare dai tre ai cinque anni per tornare a livelli più bassi.

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