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Martedì, 29 Novembre 2022
Nuovo scontro

Il ritorno dei frugali: Germania e Austria dicono no al fondo Ue contro il caro bollette

Italia, Francia e Spagna chiedono una riedizione del Sure per affrontare la crisi energetica. E anche la Commissione si spacca

L'ascia di guerra era stata dissotterrata dopo mesi di polemiche, anche drammatiche, e la pace era stata siglata con il via libera al cosiddetto Recovery fund. Ma la crisi energetica in corso ha fatto riemergere a Bruxelles le divisioni tra frugali e Paesi del Sud: da un lato, ci sono Italia, Francia e Spagna, che chiedono un tetto al prezzo del gas importato dall'estero e un nuovo fondo Ue, alimentato con debito comune, per far fronte al caro bollette. Dall'altro, ci sono Germania e Austria, che guidano il fronte dei contrari a queste proposte. Una divisione che arriva fin dentro la Commissione europea.

La lettera di Gentiloni e Breton

A Bruxelles, infatti, anche i commissari Ue si stanno schierando più o meno apertamente tra i due fronti. L'ex premier italiano Paolo Gentiloni (oggi commissario all'Economia) e il francese Thierry Breton (Mercato interno), hanno preso carta e penna per scrivere una lettera pubblicata su diversi quotidiani europei, tra cui il tedesco Frankfurter Allegemeine Zeitung. Nella loro missiva, Gentiloni e Breton criticano di fatto il piano della Germania da 200 miliardi di euro lanciato per contrastare il caro bollette in patria. Che un Paese Ue metta mano al portafogli per aiutare famiglie e imprese non è motivo di contestazione: il problema è che, al contempo, Berlino si oppone a un fondo comune europeo e a un tetto comune al gas, ossia agli strumenti che potrebbero aiutare gli Stati membri con meno disponibilità di cassa a far fronte alla crisi.

"Oggi più che mai dobbiamo evitare di alterare la competizione sul mercato interno", dicono Gentiloni e Breton riferendosi al fatto che in queste condizioni le imprese tedesche avrebbero risorse ben più sostanziose per rispondere ai rincari rispetto a quelle di altri Paesi Ue, generando una forma di concorrenza sleale. Non è la prima volta che la Germania viene accusata di egoismo in tal senso: era successo di recente con la pandemia, quando Berlino da un lato bloccava il Recovery fund, e dall'altro varava sussidi per le sue imprese per 1.000 miliardi di euro, una cifra superiore all'ammontare di aiuti messi insieme dagli altri 26 Paesi Ue. Fu proprio l'intesa sul fondo anticrisi a mettere in secondo piano la questione dell'iniquità degli aiuti di Stato.

Il Sure bis

Lo schema sembra ripetersi anche oggi: "Solo una risposta europea può proteggere la nostra industria e i cittadini", hanno premesso Gentiloni e Breton nella loro lettera, prima di lanciare la proposta di istituire un nuovo fondo comune sul modello del Sure, ossia un bilancio ad hoc gestito dalla Commissione e riempito con i bond emessi da Bruxelles. Sotto la pandemia, il Sure garantì prestiti agevolati per un totale di 100 miliardi agli Stati membri, in particolare a Italia e Spagna, che li hanno utilizzati per aiutare imprese e lavoratori. 

La proposta era sembrata trovare il consenso dei ministri dell'Eurogruppo, ma a stretto giro dalla lettera di Gentiloni e Breton, Germania e Austria hanno fatto sapere di non volerne sapere, e anche dalla Commissione c'è chi frena: "I punti di vista sulla questione (del nuovo Sure, ndr) sono diversi, ne dobbiamo discutere", ha detto il vice presidente dell'esecutivo Ue Valdis Dombrovskis, noto per le sue posizioni filo-frugali. La proposta "è l'opinione individuale di due commissari, non credo che sia l'opinione generale della Commissione europea. Avremo modo di discuterne", ha confermato il ministro delle Finanze austriaco, Magnus Brunne. A chiudere il cerchio, il ministro delle Finanze tedesco, Christian Lindner:  "Dobbiamo fare progressi nell'acquisto congiunto di gas, dobbiamo cambiare il design del mercato, ma gli strumenti che sono stati utilizzati durante la pandemia di Covid non possono essere replicati uno a uno, in uno scenario di shock dal lato dell'offerta e inflazionistico", ha detto. 

L'unica strada su cui sembra esserci consenso al momento è quella di riutilizzare i fondi Ue per la coesione del periodo 2014-2020 che non sono stati spesi. "Abbiamo deciso oggi di lavorare su ulteriori flessibilità temporanee per quanto riguarda i fondi di coesione rimanenti nel periodo di finanziamento 2014-2020 per utilizzarli nel contesto dell'attuale crisi" energetica, ha detto Dombrovskis, al termine dell'Ecofin. 

Le altre partite

La partita, comunque, è appena cominciata. Sul tavolo dei negoziati non c'è solo la questione degli aiuti immediati contro il caro bollette, ma anche la riforma del Patto di stabilità, i rischi connessi all'aumento dei tassi di interesse della Bce, e, non per ultimo, le misure e gli investimenti per ridisegnare il futuro del mercato energetico europeo. A tal proposito, il piano proposto dalla Commissione prima dell'estate, il RePowerEu, sembra avere trovato finalmente i fondi con cui verrà finanziato: saranno quelli dei Pnrr nazionali, secondo la decisione presa oggi dai ministri Ue delle Finanze. 

Il RePowerEu prevede di diversificare le forniture energetiche e aumentare l'indipendenza e la sicurezza dell'approvvigionamento dell'Unione. Dentro ci sono misure come l'efficientamento energetico, la promozione delle rinnovabili, ma anche nuovi gasdotti. Fino a qualche mese fa, c'era chi in Italia chiedeva che fosse finanziato con risorse fresche, magari con un Recovery bis. 

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