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Giovedì, 22 Febbraio 2024
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La Bce in soccorso delle banche italiane: "No a tassa su extraprofitti"

Un parere firmato dalla governatrice Lagarde boccia la misura del governo Meloni: "A rischio soprattutto i piccoli istituti e i prestiti alle imprese"

La Banca centrale europea si schiera al fianco degli istituti italiani e boccia la tassa sugli extraprofitti varata dal governo Meloni. Secondo un parere di Francoforte firmato dalla presidente Christine Lagarde, questa imposta metterebbe a rischio la capacità delle banche di attrarre investitori, ma anche i prestiti elargiti alle imprese. Inoltre, il fatto che sia retroattiva, "può alimentare la percezione di un quadro fiscale incerto e dar luogo a un ampio contenzioso, creando problemi di incertezza giuridica".

La tassa sugli extraprofitti, inserita nel decreto Omnibus a inizio agosto per rimpinguare le casse dello Stato, in realtà è un'imposta sui margini di interesse. Tali margini rappresentano la differenza tra quanto una banca incassa con mutui e prestiti, e quanto questa banca versa ai suoi clienti per remunerare depositi e conti corrente. Quando i tassi di interesse salgono, dovrebbero aumentare non solo le rate dei mutui, ma anche gli interessi pagati dalle banche ai correntisti. Ma se i primi schizzano in alto, e i secondi arrancano, ecco che il margine di interesse per le banche lievita (e con esso i profitti). Ed è quello che è successo in Italia. 

Stando all'agenzia di rating Dbrs Morningstar, tra il 2019 e il primo semestre del 2022 (ossia prima dei rialzi della Bce), le cinque principali banche italiane (Unicredit, Intesa Sanpaolo, Bpm, Bper e Mps) accumulavano nel complesso mediamente 5 miliardi di margine di interesse per trimestre. Nel secondo trimestre del 2023, tale margine è salito a 9,3 miliardi, quasi il doppio. Considerati i dodici mesi da quando i tassi hanno cominciato ad aumentare, il conto arriva a 32,3 miliardi. Nel 2021, il margine complessivo era stato di 21,8 miliardi. 

La tassa voluta dal governo Meloni introdurrebbe una parte di questo margine, stimato tra i 2,5 e i 3 miliardi. Per l'esecutivo, si tratterebbe di un giusto contributo da parte degli istituti all'economia italiana, visti i lauti incassi realizzati grazie all'aumento dei tassi di interesse deciso dalla Bce. Un aumento che, dall'altro lato della medaglia, sta colpendo i prestiti a tasso variabile, a fronte di una riduzione del credito verso famiglie e imprese. 

Quanto hanno guadagnato le banche con l'aumento dei tassi 

Il ragionamento non è condiviso però dalle banche italiane, le quali hanno fin da subito alzato un muro, portando avanti delle istanze che di fatto la Bce conferma. Questa "imposta straordinaria", scrive Francoforte, "può rendere più costoso per le banche attrarre nuovo capitale azionario e finanziamento all'ingrosso, in quanto gli investitori nazionali ed esteri potrebbero avere meno interesse a investire in enti creditizi italiani che hanno prospettive più incerte". Inoltre, prosegue il documento, "l'introduzione di una imposta retroattiva ad hoc aumenta indebitamente l'incertezza sul quadro fiscale, danneggiando la fiducia degli investitori e influenzando potenzialmente anche il costo del finanziamento per le società non finanziarie. Inoltre, la sua natura retroattiva può alimentare la percezione di un quadro fiscale incerto e dar luogo a un ampio contenzioso, creando problemi di incertezza giuridica".

La tassa sugli extraprofitti, secondo la Bce, rischia poi di penalizzare in particolare "gli enti meno significativi", ossia le banche più piccole, il cui core business ruota intorno all'erogazione di prestiti, a differenza dei grandi istituti che possono contare anche sul pilastro delle commissioni. Un rischio ancora più pericoloso perché, intaccando delle risorse necessarie per essere preparati a eventuali problemi futuri, come "una recessione economica", si espongono le banche più deboli a potenziali fallimenti. 

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