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Martedì, 28 Maggio 2024
Prestiti in sofferenza

Le banche italiane hanno venduto 250 miliardi di crediti spazzatura in 5 anni

Dal 2017 a oggi, gli istituti del Paese si sono liberati di una montagna enorme di Npl, che ne mettevano a rischio la stabilità. La Corte dei conti Ue: "Problema resta, Bce faccia di più su vigilanza"

Tra la fine del 2016 e l'inizio del 2017, quando ancora l'Italia si leccava le ferite della crisi del debito sovrano, un altro spauracchio agitava la nostra economia: i crediti deteriorati delle banche. Chiamati più neutralmente con la sigla Npl (non performing loan, che in inglese vuol dire più o meno prestito in sofferenza), si tratta dei soldi che le banche hanno prestato a imprese grandi e piccole (ma anche a famiglie) e che non riescono più a recuperare. Su 800 miliardi di crediti spazzatura nell'Eurozona, ben 300 si trovavano nella pancia delle banche italiane: un'ammontare troppo rischioso non solo per il nostro Paese, ma per l'intera Europa. E così, oltre alla riduzione del debito pubblico, l'Italia si impegnò a dar via i suoi prestiti in sofferenza. Cinque anni dopo, la missione sembra compiuta. O meglio, le banche tricolore hanno raggiunto un'esposizione che in termini assoluti è più bassa di quelle di Francia e Spagna, e si avvicina agli istituti tedeschi e olandesi.

È quanto emerge da una relazione della Corte dei conti e da un recente rapporto della Bce. Nel giro di cinque anni, le banche italiane hanno smaltito quasi 250 miliardi di crediti deteriorati, arrivando a quota 45,6 miliardi. Meno della metà degli istituti francesi (111 miliardi) e al di sotto di quelli spagnoli (75,5 miliardi). Dietro di noi ci sono Germania (32 miliardi) e Olanda (26). Nel complesso, l'Eurozona ha un ammontare di Npl pari a poco meno di 400 miliardi, dimezzati rispetto a cinque anni fa (grazie soprattutto alle banche italiane).

Crediti deteriorati

Se questa corsa a liberarsi di prestiti in sofferenza sia stato un bene o male per l'economia è questione di dibattito. C'è chi ha sottolineato come le banche abbiano svenduto tali crediti a organizzazioni che si sono poi rivalse su imprese e famiglie in difficoltà, facendo lauti affari. Un business nel quale si sarebbero inserite anche le mafie. D'altro canto, meno Npl in pancia, vuol dire più stabilità dinanzi alle crisi. E proprio per questa ragione la Corte dei conti europea ha lanciato un segnale di allarme: la Bce, che ha il compito di vigilare sugli istituti bancari onde evitare, tra le altre cose, nuove ondate di crediti deteriorati, non farebbe abbastanza per fronteggiare tale rischio, si legge in una relazione pubblicata oggi.

"La Banca centrale europea deve potenziare lo sforzo di vigilanza per far sì che le banche dell'Ue assicurino un'adeguata gestione del rischio di credito, in particolare quando i mutuatari non rimborsano i prestiti assunti", scrivono i giudici contabili di Lussemburgo. La Bce vigila su circa 110 grandi banche (significative, in gergo) in 21 Paesi dell'Ue. Ogni anno, spiega la relazione della Corte dei Conti Ue, ne valuta i rischi in termini di esposizione creditizia (dovuti, ad esempio, a criteri inadeguati di concessione dei prestiti), governance, modello imprenditoriale e liquidità. Valuta inoltre la capacità delle banche di gestirli. Può imporre alle banche requisiti patrimoniali aggiuntivi a copertura dei rischi constatati e ingiungere misure correttive per ridurli.

"Nonostante il maggiore impegno profuso nella vigilanza del rischio di credito e dei prestiti bancari in sofferenza, la Bce non ha però imposto agli enti requisiti patrimoniali direttamente proporzionali al rischio cui erano esposti, né ha inasprito a sufficienza le misure di vigilanza se le banche presentavano carenze persistenti nella gestione del rischio di credito", scrive la Corte. La relazione critica anche la carenza di personale addetto alla vigilanza bancaria (sia assunto dalla Bce che designato dalle autorità di vigilanza nazionali). "La Bce dovrebbe impedire la cattiva gestione dei rischi di credito, perché questa può portare le banche al fallimento", ha dichiarato Mihails Kozlovs della Corte dei conti Ue. "Si tratta di un aspetto essenziale vista l'importanza che riveste la fiducia nel settore bancario, soprattutto in una congiuntura economica complessa come quella attuale", conclude Kozlovs.

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