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Mercoledì, 17 Agosto 2022
Next Generation EU

Allarme sul Recovery: l’Italia non riesce a spendere i fondi

Nel 2021 sono stati compiuti interventi per 5,1 miliardi a fronte dei 13,7 miliardi previsti. L’inflazione fa crescere i costi di realizzazione del Pnrr, ma la Commissione chiude alle modifiche del Piano

L’Italia non riesce a spendere le risorse garantite dall’Europa con il Recovery Fund. Nel mentre, la galoppata dell’inflazione - giunta a livelli record nell’Eurozona - ha causato forti rincari nelle materie prime, alcune delle quali sono necessarie a realizzare gli obiettivi fissati dal cronoprogramma sottoscritto dall’Italia con la Commissione europea per avere accesso ai fondi. E nel quadro generale di difficoltà, l’esecutivo Ue ha chiuso alle modifiche del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza proposto ufficialmente un anno fa e approvato lo scorso 22 giugno da Palazzo Berlaymont. 

I segnali d’allarme sull’attuazione italiana del Next Generation EU sono arrivati uno dopo l’altro nel giro degli ultimi giorni, evidenziando una rischiosa tendenza. Lo scorso 14 aprile è stato infatti presentato un monitoraggio dell’Ufficio parlamentare di bilancio nel quale si evidenzia che nel 2021 il ritmo di “realizzazione degli interventi del Pnrr” è stato “inferiore a quanto ipotizzato”. Infatti, “erano stati ipotizzati interventi per 13,7 miliardi” a fronte “dei 5,1 miliardi che sono stati effettivamente spesi”. Questi ultimi, inoltre, hanno riguardato “per la maggior parte progetti già in essere”.

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Tre giorni dopo la pubblicazione delle cifre, dalle colonne de Il Sole 24 Ore è arrivato un appello a “un’accelerazione di circa 6 volte nella spesa effettiva dei progetti Pnrr” dal momento che “nei termini concreti degli investimenti la sfida vera del Piano si gioca fra quest’anno e il prossimo”. Ma dove sono andati i 5 miliardi spesi? “Quasi metà della spesa reale è passata dall’alta velocità ferroviaria”, ha spiegato il giornalista del quotidiano finanziario, Gianni Trovati, mentre “1,2 miliardi sono andati agli ecobonus in edilizia”. Il piano Transizione 4.0, che prevede diverse possibilità di crediti d'imposta per stimolare gli investimenti, ha invece assorbito 990 milioni, “contro i 1.713 attribuiti a questa voce nel programma originario”. “E altri 390 milioni sono serviti alla scuola, soprattutto per l’edilizia”.

Cifre che confermano le ‘tradizionali’ difficoltà italiane a spendere i soldi in arrivo da Bruxelles e che non fanno ben sperare per il successo non solo del Pnrr italiano, ma dell’intero Next Generation EU. Anche se l’Italia non è più, come previsto in origine, il primo beneficiario dei sussidi a fondo perduto (nell’ultimo ricalcolo è stata superata dalla Spagna, che riceverà 69,5 miliardi di sussidi contro i 68,9 dell’Italia), il Belpaese resta comunque il primo Stato Ue per fondi richiesti. Il governo di Roma, nel suo Pnrr, ha infatti incluso anche tutti i prestiti riservati all’economia tricolore, facendo salire la quota di fondi destinati all’Italia a quasi 200 miliardi di euro sui circa 600 miliardi richiesti in totale da tutti i Paesi dell'Ue che hanno fatto domanda di fondi per riprendersi dalla crisi pandemica. 

La portata del fiume di soldi in arrivo da Bruxelles dallo scorso anno va però ricalcolata alla luce del tasso di inflazione, che da mesi polverizza record su record nell’Eurozona. Gli aumenti medi relativi ai costi degli appalti, denunciano gli amministratori locali, sono già cresciuti di almeno il 25%. 

Ritardi e rincari che hanno già causato diverse richieste di modifica del Pnrr recapitate nella casella di posta del ministro dell’Economia Daniele Franco. Ma a frenare sul nascere ogni possibilità di modifica del Piano è la Commissione europea, che ammette “ritocchi mirati”. “La vera sfida è realizzare l’operazione”, ha spiegato il commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni. Il suo capo di gabinetto, Marco Buti, durante un evento organizzato da Il Sole 24 Ore, è stato più esplicito: “Metterci ora a riscrivere il Piano ci farebbe cadere nella trappola delle politiche procicliche del passato”. Una chiusura con la quale dovrà fare i conti la politica italiana.

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