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Mercoledì, 1 Dicembre 2021
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Redazione Today

I supermercati in Inghilterra mettono il cibo di cartone

La Brexit non ha reso (e non renderà) il Regno Unito l'Eldorado che era stato promesso dai leavers durante la campagna per il referendum del 2016. Con l'avvenuto divorzio dall'Unione europea gli slogan hanno lasciato il posto alla realtà e, almeno per il momento, le cose non stanno andando esattamente come promesso. Su Twitter stanno impazzando le foto dei supermercati che usano immagini di ortaggi per coprire gli scaffali che sono più vuoti del solito, in parte per i problemi di approvvigionamento che da settimane stanno mettendo in difficoltà il Paese, che non riesce più a trovare il numero di autisti necessari ad assicurare in tempo le consegne ai negozi. Le immagini delle pompe di benzina rimaste a secco, con i militari costretti a intervenire, pure non sono state una grande spot nei confronti della Brexit.

Eppure i conservatori avevano promesso che la Gran Bretagna senza il fardello di Bruxelles sarebbe diventato il Paese della cuccagna, liberandosi degli europei che rubano il lavoro ai britannici, e stringendo fantasmagorici accordi di libero scambio con le nazioni di mezzo mondo, che non aspettavano altro che Londra avesse le mani libere per poter stipulare con lei patti commerciali. Ma la propaganda, soprattutto quella di Boris Johnson, si sa, è sempre un po' esagerata.

Uno dei simboli di questa distanza tra gli spot è la realtà è l'ormai famigerato “Brexit bus”, quello dello slogan che a caratteri cubitali attaccava “We send the EU £350 million a week, let’s fund our NHS instead”, “Mandiamo ogni settimana all'Unione europea 350 milioni di sterline, usiamoli per l'Nhs”, il sistema sanitario nazionale. Si scoprì poi (o meglio divenne chiaro a tutti) che la cifra era alquanto gonfiata. Innanzitutto perché non teneva conto del “rebate”, negoziato da Margaret Thatcher, grazie al quale Londra aveva uno sconto sui soldi che, come ogni Stato membro, era tenuta a versare nel bilancio comunitario. Con quello sconto la cifra di spesa settimanale era di 250 milioni. In più, come sanno (o dovrebbero sapere) tutti, quei soldi non è che vengono inviati in un buco nero dove spariscono per sempre, ma buona parte ritornano al Paese grazie ai vari programmi comunitari, i sussidi all'agricoltura e quant'altro (poi i cosiddetti 'contributori netti' mettono più di quello che ricevono, come anche noi italiani, e i 'beneficiari netti' ricevono più di quanto danno. Ma insomma nessuno Stato si svena fino al punto di affamare i propri cittadini).

Lo stesso sta accadendo ora con i migranti. Senza di loro Johnson e Co. assicuravano che ci sarebbe stato più lavoro per i britannici. E in effetti è così. Ma il problema è che i lavori disponibili sono quelli che i britannici non vogliono fare. Autisti, operatori della logistica, camerieri e cuochi sono solo alcuni degli impieghi che gli europei erano soliti svolgere nel Paese, e sono gli stessi lavori in cui ora ci sono carenze. Questo perché le nuove, e più stringenti regole sull'immigrazione basate su un sistema a punti, stabiliscono che solo chi ha un certo livello di istruzione, parla correttamente l'inglese e ottiene lavori con stipendi elevati può ottenere un visto.

Con lo stop all'immigrazione libera dall'Europa e il ritorno dei controlli alle frontiere, il tutto durante la pandemia di coronavirus (che non rende certo le cose più semplici), l'economia britannica sta facendo difficoltà ad assestarsi. Ma che questo sarebbe accaduto era chiaro anche ai brexiteers più sfegatati, solo che certo non lo dicevano in campagna elettorale. “Allora, dopo la Brexit rimarremo senza benzina alle stazioni di servizio e senza camerieri nei nostri ristoranti, ma poi tutto andrà alla grande”, non sarebbe stato certo uno slogan efficace come quello del bus. La sincertità in campagna elettorale non paga.

Ma questo non vuol dire che l'economia nazionale crollerà come sperano gli 'haters' europei dei traditori britannici. La scommessa è che si riprenderà e diventerà più prospera, nonostante un periodo di assestamento piuttosto complicato (di cui si è preferito non parlare troppo agli elettori, ma vabbè). Johnson tira dritto, perché questo è il suo stile: scommettere sul risultato pieno, accettando i rischi (magari tacendoli) per provare a fare jackpot alla fine. Se ci riuscirà è tutto da vedere, ma di fatto ci sono anche segnali positivi. Con la carenza di camerieri ad esempio i ristoranti stanno iniziando ad aumentare i loro salari per attirarli, e così più inglesi sono tentati di accettare il posto. Lo stesso sta avvenendo nella logistica e la speranza è che ciò avvenga in altri settori dominati un tempo dalla manodopera europea. Insomma è presto per dire se la scommessa di Johnson è stata azzardata, anche se i primi risultati non sembrano incoraggianti. Quello che è sicuro è che la propaganda è stata piuttosto esagerata.

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