Connessioni

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A come Afriche: perché è sbagliato parlare del "Continente nero" al singolare

Nell'Occidente si ha una visione monolitica, quindi riduttiva, di una porzione di territorio smisurata, non meglio identificata, che continua ad esser percepita dalla nostra opinione pubblica tutt’al più come un “Paese” al di là del Mediterraneo. Da oggi su Europa Today un blog-vademecum per orientarsi

La prima cosa che ho imparato da quando mi occupo (criticamente) del binomio “Africa – sviluppo” è (tentare di) non cedere ad amalgami generalizzanti: a che serve parlare di Africa? Politicamente contribuisce a perpetuare una visione monolitica, quindi riduttiva, di una porzione di territorio smisurata, non meglio identificata, che continua ad esser percepita dalla nostra opinione pubblica tutt’al più come un “Paese” al di là del Mediterraneo. 

Parliamo piuttosto di Afriche: un continente talmente vasto e variegato da meritare l’appellativo al plurale. Parliamo di Afriche ascoltando, prima di tutto, chi da quei 54 Paesi proviene. Ascoltiamo discorsi sulle Afriche con la disponibilità a stupirci, a restare interdetti, a non capire (conditio sine qua non per farci ulteriori domande e avvicinarci ad una qualche comprensione). 

Le Afriche, si dice, sono il continente delle contraddizioni. Se è purtroppo evidente la presenza di situazioni di grave problematicità in numerosi Paesi africani (31 dei quali sono considerati dall’UNDP a basso indice di sviluppo umano, altri 13 a sviluppo umano medio), un confronto profondo sulle questioni sociali, economiche, politiche ad essi inerenti, oltre che sulle relazioni con i paesi europei, non può prescindere dalla lotta agli stereotipi.

L’attenzione dei media “mainstream” troppo spesso corrobora un atteggiamento ed una vulgata afro-pessimisti (vedi la campagna Anche le immagini uccidono di REDANI nel 2015), dando pochissima rilevanza a fenomeni e processi in atto che scardinano i miti del “buon selvaggio” e del “fardello dell’uomo bianco” (a titolo di mero esempio, pensiamo al boom dell’industria musicale e cinematografica nigeriana, al dibattito in corso sulle restituzioni del patrimonio artistico africano da parte della Francia ed il nuovo Museo delle Civiltà Nere di Dakar, o alla metropolitana di Addis Abeba).

Afro-ottimismo, dunque? Bilancio mitigato, piuttosto, necessità di riequilibrio andando a scoprire come, sulle Afriche e sulle loro relazioni col resto del mondo, il pensiero africano stesso, così come quello afro-discendente, si sia espresso e si esprima attualmente. 

Un decalogo per una comunicazione sulle Afriche più rispettosa e rispondente alla realtà è stato recentemente pubblicato da AMREF, in collaborazione con esponenti di REDANI (campagna "Non aiutateci per carità"), e si può riassumere in alcuni consigli per decolonizzare il nostro immaginario:

    • Contestualizzare: di quale paese, di quale regione si tratta nello specifico? Le Afriche sono 54 paesi (il doppio dell’Unione Europea, da un punto di vista puramente nominale); laddove ci si riferisca a dinamiche generali, il mio invito è di usare il termine “Panafricano”;
    • Un continente ricco : in quanto a risorse, le Afriche sono incredibilmente ricche, tanto che vari esperti usano da decenni la teoria della  «maledizione delle risorse» (resource curse, vedi Sachs and Warner 1995); 
    • Non sottostimare le culture africane: i Paesi africani hanno lingue autoctone (non dialetti), religioni autoctone (non credenze popolari), correnti musicali, artistiche, letterarie, culinarie etc., sincretismo, varietà e molteplicità;
    • Studiare la storia africana: la storia delle Afriche è vecchia quanto quella dell’Homo Sapiens, a differenza di quanto affermato dall’ex presidente francese Sarkozy qualche anno fa; le tesi di Cheikh Anta Diop sull’origine “nera” della civiltà egizia sono state avvalorate già negli anni ‘70, l’UNESCO ha pubblicato un’opera enciclopedica sulla storia generale dell’Africa, eppure noi continuiamo a «incontrare» il continente, a scuola, solo a partire dal colonialismo (un utile riferimento bibliografico in italiano: Valsecchi, Calchi Novati : Africa. La storia ritrovata, 2016);
    • Cercare le eccellenze, porre l’accento su ciò che funziona e che resta nascosto (riequilibrare dunque l’Afro-pessimismo con un po’ di ottimismo);
    • Informarsi da fonti primarie locali, oltre che da esperti africanisti e fare attenzione alla diffusione di notizie false;
    • Confrontarsi con gli Afro-discendenti e con le loro esperienze a cavallo fra paesi e culture;
    • Rispettare l’immagine di tutti, inclusi i bambini e i migranti, senza utilizzarne la rappresentazione per doppi fini (riferimento all’utilizzo di immagini di bambini nelle campagne di raccolta fondi di varie ONG o all’uso improprio di immagini di migranti di origine sub-sahariana per notizie che non li riguardino direttamente).

Un vademecum di per sé semplice ed intuitivo che cercherò di rispettare anche io in questo blog.

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Un blog per riflettere sulle relazioni tra Europa ed Africa, intese come punti di contatto tra immensi spazi di pensiero, oltre che sulle dinamiche politiche e culturali tra due Continenti dal passato recente. Qualche battuta su di me: ricercatrice in scienze politiche a Bruxelles, adoro Chopin, la musica classica contemporanea, lo Zouk (genere musicale camerunense), le arti culinarie di vari Paesi. Interculturalista convinta, sono solita mettere alla prova le mie certezze universaliste incontrando persone di ogni angolo del Pianeta. Impiego le mie giornate nell’irrefrenabile corsa della conciliazione famiglia/lavoro, cui cerco di dare un risvolto concretamente femminista. Mail: valentina.brogna@usaintlouis.be

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