Sabato, 16 Ottobre 2021
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"Non siamo più zona anti-gay": il dietrofront della regione per non perdere i fondi Ue

Una delle autoproclamatesi zone "Lgbt free" della Polonia ha cambiato la sua legislazione e promesso di opporsi "a ogni forma di discriminazione". Ma le altre restano ferme sulle loro posizioni

“Basta discriminazioni contro i gay, non siamo più una zona anti-lgbt”. E' bastata la minaccia della Comissione europea di bloccare i fondi comunitari per convincere una delle istituzioni polacche che si era dichiarata ostile agli omosessuali a ritrattare le sue posizioni.

Il dietrofront

Il parlamento di Swietokrzyskie, provincia di 1,2 milioni di abitanti nel sud est del Paese, ha abrogato una risoluzione che vietava “l'ideologia Lgbt e la sua promozione nella vita pubblica” approvando nello stesso momento una legislazione che chiede da una parte il “rispetto per la tradizione secolare e la cultura della Polonia”, ma che si impegna a "sostenere lo stato di diritto e opporsi a tutte le forme di discriminazione basate su sesso, età, razza, disabilità, origine etnica, religione, visione del mondo o orientamento". Il cambiamento è stato sostenuto da 25 consiglieri, compresi alcuni della coalizione di governo nazionale guidata dal partito conservatore Diritto e Giustizia (PiS), che ha la maggioranza nel parlamento locale. Nessun consigliere ha votato contro e tre si sono astenuti, tutti della coalizione guidata da PiS. Il quotidiano liberale Gazeta Wyborcza ha parlato di "un buon giorno nella lotta contro la discriminazione".

Zone Lgbt free

La vicenda delle zone "lgbt free" è iniziata nel 2019, quando cinque province polacche si sono dichiarate inospitali nei confronti degli omosessuali e contrarie alla “ideologia gender” e alla sua diffusione nela società. In tutto, come riporta Notes from Poland, sono circa 100 autorità della nazione, dalle grandi province alle piccole contee e comuni, che hanno adottato risoluzioni contro gli omosessuali. La maggior parte dichiara opposizione all'"ideologia Lgbt", e altre istituiscono i cosiddetti "statuti di famiglia" che rifiutano il matrimonio tra persone dello stesso sesso e promettono di "proteggere i bambini dalla corruzione morale".

La minaccia della Commissione

Nel mese di luglio, la Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione nei confronti del Paese e dell'Ungheria, entrambi accusati di violazione dei diritti fondamentali delle persone Lgbt+. Poi, circa due settimane fa, Bruxelles ha anche deciso di congelare alcuni fondi comunitari che spetterebbero alle province “lgbt free” dichiarando che i soldi sarebbero stati bloccati fino a quando le amministrazioni non avrebbero fatto un passo indietro e rinunciando a definirsi luoghi “liberi dall'ideologia gender”. I fondi in questione fanno parte di React-Eu (Recovery Assistance for Cohesion and the Territories of Europe), un pacchetto di fondi di coesione aggiuntivi nell'ambito del quale alla Polonia sono stati stanziati complessivamente oltre 1,5 miliardi di euro. La scorsa settimana, il responsabile delle Pari opportunità del Parlamento di Varsavia, un deputato del PiS, ha scritto alla Commissione europea sostenendo che le risoluzioni anti-Lgbt non hanno valore legale vincolante e che la discriminazione è vietata dalla legge polacca. Ma la spiegazione non ha convinto l'esecutivo Ue.

La risposta delle regioni polacche

Dopo la minaccia di congelamento dei fondi la provincia di Swietokrzyskie non ha esitato a liberarsi dell’appellativo per poter acceder ai circa 16 milioni di euro che le spettano. In precedenza altre due città erano già tornate sui propri passi. I consiglieri della città di Krasnik hanno votato per ritirare la loro risoluzione anti-Lgbt a causa del pericolo di perdere milioni di fondi non dall'Ue ma dalla Norvegia, che prima ancora della Commissione aveva scelto la linea dura sulla vicenda. In precedenza, un'altra città, Nowa Deba, aveva fatto lo stesso. Altre province invece, malgrado le ingenti perdite economiche che rischiano di subire, sono rimaste ferme sulle loro posizioni. È il caso di Lubelskie e Malopolska, mentre i governi delle province di Varsavia e Cracovia riflettono ancora alle decisioni da prendere.

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