Web tax, l'Italia resta isolata nell’Ue. E ora rischia la furia di Trump

La Casa Bianca minaccia dazi contro il Made in Italy se il Governo di Roma non ritirerà il provvedimento che introduce per le grandi multinazionali digitali un’imposta del 3%. Macron si tira indietro, ma la Commissione assicura: “Reagiremo”

Italia e Regno Unito dovranno ritirare le leggi in materia di web tax prima della loro entrata in vigore, “altrimenti subiranno i dazi del presidente Donald Trump”. La minaccia della Casa Bianca arriva per bocca del segretario al Tesoro Usa, Steven Mnuchin, nel corso di un’intervista rilasciata al The Wall Street Journal. L’Italia, così come il Regno Unito, ha infatti introdotto un sistema d’imposizione fiscale per le grandi imprese digitali che non hanno una sede fisica nella Penisola. 

L'Italia isolata

La decisione di introdurre un’aliquota del 3% sui servizi digitali delle aziende con un ricavo globale di almeno 750 milioni di euro e ricavi derivanti da servizi non digitali pari almeno a 5,5 milioni, era stata presa dal Governo italiano, e votata dal Parlamento, in una fase in cui Roma contava sull’appoggio di Parigi - che aveva varato un simile provvedimento - e di Bruxelles, che aveva messo in agenda una discussione sulla web tax. Ma i due alleati, nelle ultime ore, hanno cambiato orientamento, lasciando sola l’Italia con il Regno Unito, ormai prossimo ad abbandonare l’Ue. 

Parigi fa retromarcia

Nella serata di ieri, Emmanuel Macron, dopo un colloquio con lo stesso Trump, ha annunciato la marcia indietro sulla tassazione delle grandi imprese digitali, molte delle quali hanno il quartier generale negli Stati Uniti. L’Eliseo motiva la scelta con l’intenzione di “evitare un’escalation sui dazi”. E seppure le fonti dell’agenzia di stampa francese Afp garantiscano che le due parti si siano date un anno di tempo per discutere in maniera più approfondita la questione della web tax, la netta sensazione della vittoria americana è rappresentata dallo sbrigativo re-tweet di Trump del messaggio poco prima condiviso dall’omologo francese, Macron. “Excellent!”, taglia corto l’inquilino della Casa Bianca.

Governi Ue divisi, stallo all'Ecofin

Nella giornata di oggi arriva invece la seconda, seppur più prevedibile, delusione per l’Italia, che chiede da anni l’introduzione di una web tax europea. Il Consiglio Ue Ecofin, che riunisce i ministri dell’Economia e delle Finanze dei Paesi membri, si è infatti concluso in un nulla di fatto sulla tassazione ad hoc per le imprese digitali. Tra gli obiettivi della riunione presso il Consiglio Ue c'era, infatti, anche quello di concordare una posizione comune sulla web tax da tenere nell’ambito dei negoziati internazionali in sede Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), dove è in corso la “task force on digital economy”. Obiettivo mancato, secondo quanto rivelano gli addetti ai lavori che erano presenti alla riunione a porte chiuse. Lo stallo, già evidente nelle riunioni passate su questo tema, si sarebbe riproposto, in particolare, con riferimento a un livello d’imposizione fiscale minimo da applicare in tutti i Paesi membri.

"I progressi"

“Abbiamo visto alcuni progressi in sede Ocse - ha detto in conferenza stampa il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis - sul cosiddetto primo pilastro, ma dobbiamo far sì che queste riforme siano sensate quando le aziende sono attive in giurisdizioni dove non hanno una presenza fisica”. Il primo pilastro di negoziati nell'ambito della web tax si riferisce, infatti, solamente a un nuovo quadro condiviso di norme su dove vadano pagate le imposte e quale quota dei profitti possa essere tassata dalla giurisdizione coinvolta. 

Nessuna decisione sull'imposta minima

“Ci preoccupa la mancanza di progressi paralleli su misure sulla tassazione minima effettiva, ovvero il secondo pilastro”, ammette poi il vicepresidente responsabile per la Stabilità finanziaria, riferendosi al secondo ambito d'azione della task force, finalizzato ad architettare un sistema che assicuri che le multinazionali del digitale paghino una quota minima di imposte, allo scopo di proteggere gli Stati dal fenomeno della Base Erosion and Profit Shifting (BEPS), ovvero l'insieme di strategie di natura fiscale che talune imprese pongono in essere per erodere la base imponibile e dunque sottrarre imposte al fisco. 

La risposta Ue ai dazi contro l'Italia

A consolare il Governo di Roma, isolato sull’idea di introdurre subito un’aliquota minima per le grandi società digitali, ci pensa lo stesso Dombrovskis. Rispondendo alle domande dei giornalisti, il lettone dice di essere al corrente che “gli Usa hanno minacciato di imporre dazi”. “Come abbiamo già sottolineato varie volte - prosegue Dombrovskis - se ci dovesse essere un’ulteriore escalation, noi siamo pronti a reagire in maniera proporzionale”. Che si tratti di una frase di rito o di un impegno reale a difesa dell’Italia lo si saprà solo nel caso in cui Roma deciderà di andare avanti con la legge approvata da Governo e Parlamento. L’eventuale retromarcia solleverebbe invece la Commissione dalla responsabilità di rispondere ai dazi imposti nei confronti di uno Stato fondatore dell’Ue

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La risposta di Facebook

Nel pomeriggio si registra anche la prima reazione da parte delle imprese direttamente colpite dalla web tax. “Pur comprendendo l'impulso politico dei decisori europei sulle società tecnologiche Usa - ha detto Nick Clegg, responsabile comunicazione di Facebook - questi dovrebbero capire che il ridimensionamento della Silicon Valley non è una ricetta per il successo delle aziende europee”. Intervenendo alla Luiss di Roma, l’ex politico britannico, oggi lobbista, ha concluso: “Il prossimo Google o Alibaba potrebbe nascere in Europa se ci sono le condizioni per le aziende tecnologiche di prosperare”.

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