Domenica, 1 Agosto 2021
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"Vietare il velo islamico e la croce sul posto di lavoro è legittimo", la sentenza dei giudici Ue

Le associazioni in difesa delle donne musulmane non ci stanno: "Decisione islamofoba". Ma le aziende motivano la scelta con la necessità di presentarsi in modo neutrale di fronte ai clienti

Non è illegale mettere al bando sul posto di lavoro il velo islamico, la croce cristiana o i simboli politici, basta che vengano vietati tutti e non si facciano figli e figliastri. La Corte di giustizia dell’Unione europea, pronunciandosi sul ricorso di due impiegate di religione islamica, ha giustificato la scelta dei loro datori di lavoro: quella di vietare “qualsiasi forma visibile di espressione delle convinzioni politiche, filosofiche o religiose”. Un divieto che, secondo i giudici europei, trova legittimazione se motivato dall’esigenza di “presentarsi in modo neutrale nei confronti dei clienti o di prevenire conflitti sociali”. Secondo le associazioni in difesa delle donne musulmane, il divieto del velo potrebbe escludere queste ultime dal mercato del lavoro. Ma andiamo con ordine. 

Il ricorso

Il caso delle due donne musulmane è arrivato di fronte ai giudici europei dopo aver esaurito i gradi di giudizio dei tribunali tedeschi. La prima lavoratrice, un’educatrice specializzata, è stata sospesa dal servizio dopo essersi rifiutata di rimuovere il velo islamico. Quest'ultimo era ritenuto inappropriato perché “non corrispondeva alla politica di neutralità” che, secondo il datore di lavoro, andava mantenuta “nei confronti dei genitori e dei bambini”. La seconda ricorrente, anche lei impiegata in Germania, lavorava come cassiera e consulente di vendita. A fronte del rifiuto di togliere il velo mentre aveva a che fare con i clienti, il datore di lavoro l’ha dapprima assegnata a un altro posto che le consentiva di portare il velo, poi, dopo averla mandata a casa, le ha chiesto di presentarsi sul luogo di lavoro priva di segni vistosi e di grandi dimensioni che esprimessero qualsiasi convinzione religiosa, politica o filosofica. Di qui il ricorso dinanzi ai giudici nazionali diretto a far dichiarare l’invalidità dell’ingiunzione e a ottenere un risarcimento del danno subito.

La sentenza

I giudici nazionali si sono dunque rivolti alla Corte di giustizia dell’Ue per capire come interpretare in questo caso la direttiva europea 78 del 2000, che stabilisce un quadro per la parità di trattamento sul posto di lavoro. Nella loro decisione, che dà torto alle due donne islamiche, i giudici hanno stabilito che, stando ai precedenti, “non costituisce una discriminazione diretta” il divieto di simboli ove questo “riguardi indifferentemente qualsiasi manifestazione di tali convinzioni” religiose o filosofiche “e tratti in maniera identica tutti i dipendenti dell’impresa, imponendo loro, in maniera generale ed indiscriminata, una neutralità di abbigliamento che osta al fatto di indossare tali segni”. In uno dei due casi, la regola contro i simboli è stata infatti applicata in maniera generale, tanto che “il datore di lavoro interessato ha chiesto e ottenuto che una lavoratrice che indossava una croce religiosa togliesse tale segno”. Di qui la Corte è giunta alla conclusione che il divieto “non costituisce, nei confronti dei lavoratori che seguono determinate regole di abbigliamento in applicazione di precetti religiosi, una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali” perché vale per tutti, in maniera indiscriminata.

Le reazioni

Il ragionamento della Corte si muove sul terreno insidioso della neutralità, che in altri Paesi europei, come il Belgio, ha portato a un duro dibattito in merito alla possibilità delle donne islamiche che ricoprono una funzione pubblica di indossare il velo che caratterizza la loro religione. “Le leggi, le politiche e le pratiche che proibiscono l'abbigliamento religioso sono manifestazioni mirate di islamofobia che cercano di escludere le donne musulmane dalla vita pubblica o di renderle invisibili”, è stata la reazione a caldo di Maryam H’madoun, attivista ed esponente dell’Open Society Justice Initiative, organizzazione che fa parte della fondazione Open Society presente in oltre 35 Paesi. 

Neutralità o discriminazione

“Una regola che si aspetta che ogni persona abbia lo stesso aspetto esteriore non è neutrale - sostiene l’attivista - perché discrimina deliberatamente le persone perché sono visibilmente religiose”. “I datori di lavoro che applicano queste politiche - è l’avvertimento di Open Society - dovrebbero procedere con cautela, poiché rischiano di essere ritenuti responsabili di discriminazione ai sensi delle leggi europee e nazionali se non possono dimostrare un’autentica necessità di un divieto di abbigliamento religioso”, nonostante la sentenza dei giudici stabilisca il via libera per ragioni di neutralità. Un tema destinato a far discutere.

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