Vaccino, test Usa "promettenti". La Cina come l'Ue: “Sia bene pubblico mondiale”

La società americana Moderna sarebbe già a buon punto nella sperimentazione, secondo i media. Ma Washington è pronta a giro di vite sull’export per garantire accesso privilegiato agli americani in caso di scoperta di una cura anti-coronavirus

Il vaccino anti-Covid non è ancora pronto, ma è già partita la corsa tra i Paesi ad accaparrarselo per primi. Archiviato ‘l’incidente’ della settimana scorsa - quando l’amministratore delegato della multinazionale francese della farmaceutica Sanofi ha promesso la prima fornitura agli Usa, salvo poi correggere il tiro - oggi si registra l’allineamento cinese con quanto stabilito dai Paesi europei. Ovvero che il vaccino anti-coronavirus, una volta scoperto, non dovrà essere soggetto a corsie preferenziali a favore dello Stato di appartenenza dei laboratori nei quali verrà sviluppato. 

La promessa di Pechino

La Cina promette di trattare il vaccino contro il coronavirus come un “bene pubblico globale”, ha dichiarato il presidente Xi Jinping. Il primo Paese colpito dal coronavirus ospita alcuni dei principali candidati nella corsa globale per l'immunizzazione di massa, con quattro proposte che sono già arrivate alla fase della sperimentazione umana. Mentre le implicazioni pratiche dell'impegno di Xi rimangono poco chiare, a livello politico si registra, almeno a parole, l’impegno cinese a non chiudere le esportazioni dell’eventuale vaccino fino all’avvenuta immunizzazione della sua popolazione, la più numerosa a livello mondiale. “Questo sarà il contributo della Cina a garantire l'accessibilità dei vaccini nei Paesi in via di sviluppo”, ha aggiunto il numero uno del Governo di Pechino

Protezionismo statunitense e ricerche promettenti

Un annuncio che potrebbe isolare ulteriormente la posizione degli Stati Uniti. La Casa Bianca avrebbe infatti già preso provvedimenti per controllare le esportazioni dei trattamenti sperimentali, ed è stata accusata a più riprese di voler mettere le mani anche sulle ricerche più promettenti dei laboratori europei. Tra le più interessanti ricerche made in Usa si segnala quella della società Moderna Therapeutics, specializzata in biotecnologie. Dal suo quartier generale di Boston, sono trapelate notizie positive circa la sua sperimentazione di un potenziale vaccino. Il primo ‘round’ dei test - si legge in alcune testate americane - ha evidenziato lo sviluppo degli anticorpi nei pazienti che si sono sottosti alla sperimentazione. A contribuire al clima di ottimismo è anche la collaborazione in corso tra Moderna e l'Istituto nazionale delle allergie delle malattie infettive, condotto da Anthony Fauci, virologo e consulente dell’amministrazione americana. Un elemento che aggiunge credibilità ai test in corso, pronti a passare alla fase successiva.

Brutte notizie dai laboratori inglesi

Le belle notizie dai laboratori statunitensi e cinesi sono però controbilanciate da risultati poco incoraggianti di una ricerca europea che sembrava - fino a pochi giorni fa - molto promettente. Il vaccino di Oxford, uno dei primi sviluppati a livello mondiale, potrebbe purtroppo non essere efficace come si sperava. Il giorno dopo che il governo di Londra ha annunciato un accordo tra l'Università e la società farmaceutica AstraZeneca per produrre fino a 30 milioni di dosi se si dimostrasse efficace, da distribuire prioritariamente nel mercato britannico, è arrivata una brutta notizia dal fronte della sperimentazione animale. A quanto pare, la dose somministrata a delle scimmie non avrebbe impedito loro di contrarre comunque il Covid-19, ma avrebbe soltanto ridotto l'intensità della malattia. “Il fatto che le cariche virali nel naso di animali vaccinati e non vaccinati fossero identici è molto significativo. Se lo stesso avvenisse nell'uomo, la vaccinazione non fermerebbe la diffusione", ha scritto su Twitter Jonathan Ball, professore di virologia molecolare all'università di Nottingham, chiedendo una urgente rivalutazione dell'autorizzazione sugli esseri umani che al momento è in corso.

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