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Così a Londra mi sono vaccinato col famigerato AstraZeneca, grazie alla regola del 'primo che passa'

Nel Regno Unito ogni dose è preziosa e se avanza la danno a chiunque la richieda. E lontano dal panico che si sparge in Europa la campagna di vaccinazione sta dando risultati ottimi

Il caos AstraZeneca in corso in Europa ha avuto un risvolto positivo, almeno per me. Ieri, aiutato dal fatto che anche nel Regno Unito un numero maggiore di persone sta cancellando i propri appuntamenti per l'iniezione, spaventati probabilmente dalle notizie allarmistiche che arrivano dal continente, sono riuscito a vaccinarmi grazie alla regola del “primo che passa”. A 40 anni sono riuscito a ottenere la dose prima di mio padre che di anni ne ha 66. E senza averne diritto, almeno non per il momento, ma solo perché mi sono fatto trovare al posto giusto nel momento giusto.

La regola voluta in Italia dal commissario straordinario Francesco Figliuolo, e per la quale da noi è stata necessaria un'ordinanza apposita, in Gran Bretagna è una consuetudine già da mesi. L'idea di base è semplice: ogni dose è preziosa e non va sprecata. Qui con le vaccinazioni stanno procedendo a tutta forza e ormai quasi 25 milioni di persone hanno ricevuto almeno la prima iniezione, circa il 37 per cento della popolazione del Paese, che è poco più numerosa di quella dell'Italia. Non ci sono liste prioritarie di sorta, tranne ovviamente per le categorie a rischio, gli operatori sanitari e delle case di cura o i badanti. Le vaccinazioni contro il coronavirus procedono per ordine di età, neanche insegnanti e poliziotti saltano la fila. Nel Paese si avanza a un ritmo di oltre due milioni di iniezioni a settimana, e si punta ai cinque. Grazie a questo ritmo, e a un lockdown che va avanti da fine dicembre (che però è più leggero che in altre parti d'Europa, niente mascherine all'aperto, niente coprifuoco, ristoranti e bar sempre aperti per il take away e polizia più che tollerante sugli assembramenti in strada), il numero delle ospedalizzazioni e dei decessi è calato in maniera spaventosa. Ci sono adesso 7.281 persone ricoverate, a gennaio erano oltre 35 mila. Le morti quotidiane sono scese intorno alle cento, a gennaio il picco è stato di oltre 1.800.

Al momento stanno finendo di vaccinare i cinquantenni, il turno di noi quarantenni sarebbe stato a breve e secondo le previsioni del governo la nostra fascia dovrebbe essere completata entro la fine di aprile. Non è molto tempo ma io non volevo aspettare. Sia perché voglio fare la mia parte per contribuire alla creazione dell'immunità di gregge, sia perché (e ammettiamolo, soprattutto perché), voglio tornare a viaggiare. È da agosto che non torno a Napoli e non vedo la mia famiglia e i miei amici. A Natale a causa della dannata variante inglese il mio volo fu annullato, per la prima volta nella mia vita non ho passato le feste con i miei genitori e le mie sorelle. E adesso che si parla di passaporto vaccinale io voglio averlo, così come voglio che riaprano i pub, i ristoranti e tutte le attività. Per il bene della società ma anche per il mio. Sono stanco di questa situazione, come tutti. E così lunedì della settimana scorsa, in prossimità dell'orario di chiusura, sono andato nella farmacia vicino casa che sta facendo le vaccinazioni. Nel Regno Unito grazie al tanto temuto AstraZeneca, che costa poco ed è facilissimo da trasportare e conservare, i centri di vaccinazione stanno spuntando come i funghi. Si vaccina negli ospedali, dai GP (i general practitioner, i medici di base), nei parcheggi con le auto che passano. Dappertutto, un altro poco anche dal kebabbaro: durum, patatine, bibita e 'jab' (l'iniezione), sette pound e passa la paura.

Arrivato in farmacia ho detto di aver saputo che la sera a volte restano delle dosi, e che se non si iniettano si buttano, che ero disposto a prenderla io. In pratica in ogni boccetta di AstraZeneca ci sono circa 6 dosi. Se qualcuno in giornata non si presenta e in una boccetta aperta rimangono delle dosi, queste non si possono conservare fino al giorno dopo: o si iniettano o si buttano. Il primo giorno non ho avuto fortuna, ma non mi sono arreso. Sono tornato il martedì, poi il mercoledì, poi il giovedì. Ogni volta mi dicevano gentilmente che non ce n'erano ma di non arrendermi, che loro non vogliono sprecare nessuna dose (anche perché il governo li paga per fare le iniezioni, non sono mica dei benefattori). Il venerdì alla fine uno dei dipendenti della farmacia (che mi ha detto di chiamarsi Alfonso, come me, o meglio Alphonse, e che come me è un immigrato, ma lui proveniente dal Congo), forse impietosito dalla mia costanza si è preso il mio numero di telefono. “Ma quando ti chiamo devi correre”, ha detto. “Tieni presente Usain Bolt? Mi allaccia le scarpe”, gli ho risposto.

E ieri il buon Alphonse alle sette di sera, come promesso, mi ha telefonato per dirmi che c'erano delle dosi avanzate. Ovviamente ho iniziato subito a correre (ma viste le mie scarse doti atletiche più che alla velocità di Bolt, ho corso a quella di suo nonno). E così arrivato in farmacia e compilati i moduli di circostanza sono stato vaccinato nel giro di cinque minuti. Pratica inviata al sistema sanitario nazionale e adesso devo prenotare la seconda dose (stavolta non dovrò fare il mendicante almeno). Mia madre, lei sì vaccinata per fortuna in quanto medico, alla notizia ha pianto di gioia (ho quarant'anni ma resto sempre il suo bambino che vuole proteggere). Ovviamente ho fatto il post su Facebook di rito, un po' perché pare che se non lo fai il vaccino non funziona, un po' per provare (nel mio piccolissimo) a dare un po' di fiducia alle persone che conosco, mentre in troppi spargono terrore. Per quanto riguarda gli effetti collaterali per il momento solo un po' di dolore al braccio e stanotte sintomi di febbre. Mi sono svegliato tutto sudato, ma insomma niente di grave, tutto regolare. E oggi mi sento felice. Nella mia vita non cambia molto al momento, ma vedo la normalità lentamente avvicinarsi. E le porte dei pub che si aprono di nuovo.

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