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Martedì, 27 Settembre 2022
Lo stallo / Ungheria

Orban avverte l'Ue: "Embargo al petrolio russo come bomba nucleare, oltrepassata linea rossa"

Il leader ungherese blocca le nuove sanzioni di Bruxelles. Il plauso di Mosca: "Posizione coraggiosa"

L'Ungheria rischia di mandare all'aria il piano dell'Ue di applicare a partire dal 2023 un embargo sul petrolio della Russia. Il premier Viktor Orban, sostenuto dalla Slovacchia, è contrario a questa misura, contenuta nel sesto pacchetto di sanzioni elaborato dalla Commissione europea in risposta all'invasione dell'Ucraina, e non sembra voler accettare il compromesso proposto da Bruxelles, ossia un'esenzione temporanea all'embargo per Budapest e Bratislava. Senza il suo ok, le nuove sanzioni, che richiedono l'unanimità dei governi Ue, non possono essere varate. Un'opposizione che ha già ricevuto il plauso di Mosca.

L'embargo "al petrolio russo nella sua forma attuale è inaccettabile", una "bomba nucleare", ha detto Orban, secondo quanto riporta la Reuters. Per il leader ungherese, colpire le forniture energetiche di Mosca "causano più danni all'Europa che alla Russia", e per questo ritiene che servano almeno "5 anni" e "investimenti" per staccare la spina al greggio russo. Un orizzonte temporale ben diverso sia da quello proposto in prima battuta dalla Commissione per vincere le resistenze di Budapest, ossia un'esenzione ad hoc di 1 anno, sia dai 2 anni di deroga di cui gli ambasciatori Ue stanno discutendo in queste ore. 

Guerra in Ucraina: la diretta

Che Orban non sia intenzionato a trovare compromessi sul petrolio lo si capisce anche dai toni usati nei confronti di Bruxelles: "Fin dall'inizio, abbiamo chiarito che c'era una linea rossa, che era l'embargo energetico", ha affermato in un'intervista radiofonica. Con il nuovo pacchetto di sanzioni, la Commissione "ha oltrepassato questa linea rossa". E poi l'attacco alla presidente Ursula von der Leyen, rea a suo avviso di aver "attaccato volontariamente o meno l'unità europea".

Il premier ungherese ha motivato finora il suo "no" all'embargo sollevando questioni di sicurezza energetica nazionale, vista la forte dipendenza del suo Paese dal petrolio russo. Anche la Slovacchia e la Repubblica ceca hanno espresso le stesse perplessità. Ma i toni e le dichiarazioni di Orban fanno intendere che la questione sia ben più ampia, e riguarda la complessiva gestione dei rapporti dell'Ue con Mosca e la risposta al conflitto: l'Ungheria "non invierà armi all'Ucraina", ha ribadito, perché questa "è una guerra tra la Russia e l'Ucraina, non è la nostra guerra". 

Parole in netto contrasto con le dichiarazioni di von der Leyen, che ribadendo la sua fiducia nel fatto che il nuovo pacchetto di sanzioni vedrà la luce, ha sottolineato che "il posto dell'Ue è al fianco dell'Ucraina, vogliamo che l'Ucraina vinca questa guerra". Dall'altra parte, Orban sta ricevendo il plauso di Mosca: "Il primo ministro ungherese Orban ha fatto un passo coraggioso in un'Europa senza voce. Ha rifiutato di supportare l'embargo agli idrocarburi, che è disastroso per l'economia del suo Paese e le folli sanzioni conto gli ecclesiasti", ha dettto l'ex presidente russo Dmitry Medvedev facendo riferimento anche alle sanzioni contro il patriarca di Mosca Kirill previste dal nuovo pacchetto.

Vincere le resistenze di Budapest non è l'unico ostacolo per Bruxelles. Anche Grecia, Malta e Cipro hanno sollevato la loro obiezioni all'embargo sul petrolio: per i tre Paesi mediterranei il problema centrale è la proposta della Commissione di vietare alle petroliere battenti bandiere Ue di lavorare con Mosca anche per le consegne di greggio nel resto del mondo. Questa misura è stata pensata per ridurre le possibilità delle aziende russe di recuperare le perdite commerciali con l'Ue inviando più barili a Stati come Cina e India. Per farlo, un ruolo centrale lo giocano le grandi petroliere, tra cui quelle degli armatori di Grecia, Malta e Cipro. Per superare questa impasse, l'ipotesi è di concedere una deroga a questo aspetto delle sanzioni.

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