Allargamento Ue, la Turchia ci riprova: “Il processo di adesione sia giusto e flessibile”

Iniziativa del ministro degli Esteri per sbloccare il dossier di Ankara, che spera di entrare in Europa da oltre cinquant’anni. Tra crisi diplomatiche e veti dei Paesi membri, la procedura non si è mai conclusa

Con una lettera del ministro degli Esteri, la Turchia chiede all'Unione europea di rivedere le sue politiche di allargamento, al fine di garantire che il processo di adesione sia condotto in maniera “sostenibile, credibile, giusta e flessibile”. Mevlut Cavusoglu, titolare degli Esteri del Governo guidato saldamente da Recep Tayyip Erdogan, rivolge tale l’invito all'Alto rappresentante Ue per la Politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, al commissario europeo per l'Allargamento e la politica di vicinato, Oliver Varhelyi, e al ministro degli Esteri e degli Affari europei della Croazia (Paese a cui spetta la presidenza di turno del Consiglio Ue), Gordan Grlic-Radman

La questione di metodo

Il capo della diplomazia turca sottolinea inoltre l’importanza del metodo usato dall’Unione nei negoziati di adesione, che a suo dire “avranno un impatto sul ruolo regionale e globale del blocco in futuro”, si legge nella lettera riportata dall’agenzia Nova. Secondo Cavusoglu, gli ostacoli “politici” eretti da Bruxelles non hanno fatto altro che danneggiare in maniera “significativa” la credibilità del processo di adesione, i cui negoziati dovrebbero “essere basati sui reciproci interessi piuttosto che sugli interessi nazionali di alcuni Stati membri dell’Ue”.

Vecchi e nuovi veti

Un chiaro riferimento non solo all’ultimo veto espresso dal presidente francese Emmanuel Macron nei confronti dell’ingresso di Albania e Macedonia del Nord nell’Ue, ma anche ai tanti “no” che si è sentita ripetere Ankara nel lungo tira e molla sull’adesione. 

Un processo di oltre cinquant'anni

I negoziati per far entrare la Turchia nella Comunità economica prima e nell’Unione europea poi sono iniziati ufficialmente nel 1963 con l'Accordo di Ankara. Ma in cinquant'anni non sono mai arrivati a conclusione a causa di rallentamenti e incidenti diplomatici con altri Paesi europei. Nel 2004, poco dopo l'ascesa al potere del Partito giustizia e sviluppo (Akp) dell'attuale presidente Erdogan, la Turchia ha firmato la Costituzione europea e, un anno dopo, ha avviato negoziati per la piena adesione. Le trattative sono però entrate in fase di stallo nel 2007 a causa dell'opposizione di Grecia e Cipro.

La questione cipriota

L'isola di Cipro è infatti divisa dal 1983 in due entità: la Repubblica di Cipro, Stato membro dell'Unione europea, e l'autoproclamata Repubblica Turca di Cipro del Nord (riconosciuta solo dalla Turchia, che occupa circa il 37% del territorio dell'isola), in seguito all'invasione del luglio del 1974. La comunità greco-cipriota ha respinto in un referendum l'accordo sulla riunificazione proposto nel 2004 con la mediazione dell'allora segretario generale della Nazioni Unite Kofi Annan. Nel 2015 sono ripresi i negoziati, con la mediazione dell'Onu, per trovare una soluzione tramite la creazione di uno stato federale. A inizio luglio del 2017, è stata organizzata una conferenza internazionale su Cipro durata dieci giorni, che si è conclusa tuttavia senza il raggiungimento di un accordo. Tale esito ha determinato un nuovo stallo sulla questione cipriota. Il conflitto turco-cipriota si è poi aggravato ulteriormente con le trivellazioni intraprese dal Governo turco, ma ritenute illegali dall'Ue.

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Il colpo di Stato

Ad aumentare le divergenze tra Ankara e Bruxelles è stato infine il fallito colpo di Stato del luglio del 2016 in Turchia, dopo il quale Erdogan ha accusato i propri partner europei di non avergli mostrato solidarietà e sostegno. Negli ultimi mesi i Paesi membri dell'Ue hanno anche fortemente criticato l'avvio da parte della Turchia di una nuova operazione militare nel nord della Siria, denominata "Fonte di pace" e volta ad allontanare dalla propria frontiera i militanti curdi delle Unità di protezione popolari.

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