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Martedì, 27 Settembre 2022
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L'Ue ha paura dei rifugiati afghani: "screening sicurezza" e campi profughi in Paesi terzi

Già prima dell'attentato a Kabul i governi europei si erano dimostrati freddi sull'accoglienza. Concordi invece sul finanziare centri in Turchia e Pakistan. Ma basterà?

Da un lato, i muri ai confini terrestri per frenare l'avanzata e l'istituzione di campi profughi nei Paesi di transito tra l'Afghanistan e l'Unione europea. Dall'altro, uno "screening sulla sicurezza" sui richiedenti asilo. Le decine di migliaia di potenziali rifugiati afghani fanno paura ai Paesi Ue, e Bruxelles sembra confermare i loro timori. Mentre Grecia, Polonia e Lituania alzano barricate alle frontiere con Turchia e Bielorussia in previsione dell'aumento dei flussi, i ministri degli Interni del blocco hanno trovato una prima intesa sulla necessità di finanziare centri d'accoglienza, ma fuori dall'Ue, escludendo per il momento qualsiasi ipotesi di canali sicuri e reinsediamenti per chi fugge dai talebani (e dai terroristi dell'Isis). La parola d'ordine, tanto più dopo l'attentato all'aeroporto di Kabul, è sicurezza. E la commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johansson, sembra essere sulla stessa linea: serve uno "screening" degli afghani che entrano nel territorio Ue per assicurarsi "di non accogliere persone che potrebbero rappresentare una minaccia alla sicurezza per l'Unione europea".

Lo screening

In una intervista a Politico, Johansson ha spiegato che anche "una sola persona può essere una minaccia per la sicurezza" e che le autorità nazionali di frontiera dovrebbero utilizzare "il giusto tipo di screening delle persone per motivi di sicurezza". "Abbiamo gli strumenti, ma dobbiamo assicurarci che tutti gli Stati membri accettino di usarli allo stesso modo", ha affermato. L'anno scorso, ricorda l'Agi, la Commissione europea aveva proposto lo screening e la registrazione obbligatori per chiunque entri in Europa utilizzando un database di migrazione chiamato Eurodac, che contiene anche le impronte digitali. Ma era stato pesantemente criticato dai gruppi per i diritti umani per aver consentito la sorveglianza di massa dei richiedenti asilo. 

La riunione dei ministri degli Interni

Anche di questo discuteranno i ministri degli Interni dei 27 Paesi Ue, che si riuniranno formalmente il 31 agosto. Come da prassi, però, le diplomazie degli Stati membri si sono già mosse, elaborando la prima bozza delle conclusioni, ossia il documento finale su cui dovranno apporre la firma i ministri. Come rivelato sempre da Politico, il teso di due pagine, datato 25 agosto, ossia prima dell'attentato di Kabul, si concentrà quasi esclusivamente sulla sicurezza, lasciando poco spazio (se non nullo) agli appelli per una maggiore solidarietà "interna" dell'Europa a chi fugge dall'Afghanistan.

Campi profughi fuori dall'Ue

Nella bozza si promettono al massimo risorse e sostegno ai Paesi vicini dell'Afghanistan disposti ad ospitare i rifugiati, ossia Pakistan e Iran (oltre alla Turchia, che è Paese di transito verso l'Ue), così come il presidente francese Emmanuel Macron aveva proposto all'inizio della crisi afghana. "Dovremmo fare del nostro meglio per garantire che i migranti ricevano protezione nella regione stessa", si legge chiaramente nella dichiarazione dei diplomatici. Manca, invece, qualsiasi impegno su eventuali rifugiati (al di là di quelli che hanno collaborato con i diversi governi europei e che si sta cercando di evacuare) da accogliere all'interno dell'Ue e da reinsediare nei diversi Stati membri del blocco. Una questione molto delicata, su cui a Bruxelles e nelle capitali Ue per ora nessuno si sbilancia. Ma che, prima o poi, dovrà venire affrontata. 

La solidarietà interna

Il problema è che al di là delle frasi fatte, come quella per cui l'Ue "agirà congiuntamente per prevenire il ripetersi della situazione migratoria affrontata nel 2015", ossia quando la guerra in Siria spinse 1 milioni di rifugiati in Europa, o come l'invito a "evitare di inviare messaggi che potrebbero potenzialmente fungere da fattori di attrazione", una crisi come quella afghana non potrà non avere effetti sui flussi migratori in ingresso nel Vecchio Continente. Anche trovando intese con Pakistan, Iran e Turchia, solo per citarni alcuni. 

L'esperienza passata ha dimostrato che chiudere le vie terrestri e i respingimenti in mare (o gli accordi con la controversa, per usare un eufemismo, Guardia costiera libica) non bastano. I Paesi Ue prima o poi dovranno fare i conti con un aumento dell'immigrazione e dovranno capire se affrontarla dividendosi il carico in modo equo, come chiedono da anni Italia, Spagna e Grecia. Una rapida riforma in tal senso del regolamento di Dublino, ossia il pacchetto di norme che regolano i rapporti tra i Paesi Ue in materia, non è immaginabile, tanto più in tempi di crisi. L'Alto rappresentante Ue per la politica estera, lo spagnolo Josep Borrell, sostenuto da una settantina di eurodeputati, ha proposto l'uso della "Direttiva sulla protezione temporanea", finora mai utilizata: se attivata, spiega Politico, "la direttiva consentirebbe all'Ue di offrire immediatamente protezione a una specifica categoria di rifugiati" senza la necessità di "ottenere il consenso unanime dei membri" ed evitando così "il veto degli estremisti delle politiche migratorie come Ungheria e Polonia". Ma pare che di questa direttiva i governi Ue non vogliano neanche discutere. 

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