Ispezioni solo con ok dei trafficanti d'armi: il paradosso del blocco navale Ue in Libia

Nata per fermare l'invio di forniture militari da parte della Turchia, la missione Irini si trova a fare i conti con un limite burocratico non da poco: il caso della nave scortata dalla marina turca fino a Misurata che ha detto no ai controlli degli ufficiali europei

La nave greca Spetsai che partecipa alla missione Irini nel Mediterraneo

Il percorso è noto: salpata il 7 giugno dalla Turchia, è giunta a Misurata, in Libia. E a quanto pare anche sul carico ci sono pochi dubbi: armi e altre forniture militari gentilmente concesse da Ankara al governo di Tripoli. Il problema è che, per quanto gli indizi ci siano tutti, la missione militare Irini varata dall'Unione europea per far rispettare l'embargo sulle armi dell'Onu in vigore dal 2011 (e nello specifico fermare i rifornimenti turchi alla Libia) non ha potuto verificare i sospetti: il comandante della nave, battente bandiera della Tanzania, si è rifiutato di far ispezionare il carico. E gli ufficiali europei non hanno potuto far altro che "informare" un comitato delle Nazioni Unite. 

Le armi turche in Libia

A spiegare l'accaduto è stato il portavoce del Servizio europeo di azione esterna, ossia il 'ministero degli Esteri' della Commissione Ue che si occupa dell'operazione Irini (dal nome della dea greca della pace). Stano ha ricordato che, "dall'inizio del suo mandato, pochi mesi fa, l'operazione Irini ha ispezionato oltre 75 navi nell'area". La stessa cosa, ha aggiunto il portavoce dell'esecutivo comunitario, è avvenuta il 10 giugno, "quando lrini ha voluto verificare il carico di una nave in alto mare davanti alle coste libiche, in linea con le procedure abituali". Si tratta di una nave cargo, Cirkin, battente bandiera della Tanzania, salpata dal porto turco di Haydarpasa in direzione della Libia. La nave cargo è stata individuata dalla fregata greca Hs Spetsai, che prende parte all'operazione Irini e che avrebbe inviato un segnale di avvertimento all'imbarcazione. Secondo il sito greco "Protothema", la nave cargo è stata scortata nella sua rotta verso la Libia da tre fregate turche e trasporterebbe attrezzature militari (armi, munizioni e altri materiali) in Libia.

Stano ha spiegato che alla richiesta di ispezione degli ufficiali di Irini "la risposta non è stata positiva", quindi non è stato possibile effettuare la verifica. Già, perché per quanto dal 5 giugno Irini abbia l'incarico ufficiale da parte dell'Onu di indagare sul rispetto dell'embargo in Libia, le sue navi e il suo personale (messi a disposizione dai Paesi Ue, tra cui l'Italia, a cui è affidato il comando provvisorio) possono abbordare e ispezionare le imbarcazioni sospette solo con il consenso delle stesse imbarcazioni. Un paradosso che non è l'unico di questa vicenda.

Perché Irini

Irini, infatti, è nata dopo che la Turchia ha deciso di sostenere apertamente il governo di Tripoli, l'unico riconosciuto a livello internazionale, ossia dalle stesse Nazioni Unite. Il sostegno si è concretizzato con uno scambio: Ankara invia armi in Libia, Tripoli concede alla Turchia di agire in alcune zone strategiche del Mediterraneo per lo sfruttamento di giacimenti di gas. In sua difesa, il governo libico ha sostenuto (molto probabilmente a ragione) che il principale pericolo per la sua stabilità (ossia l'avanzata delle truppe del generale Haftar che controlla il Nord Est del Paese) venga foraggiato da potenze straniere come la Francia, l'Egitto e la Russia, con Mosca che avrebbe inviato armi e mercenari sul campo. Da qui la necessità di avere una forza di fuoco maggiore grazie alla Turchia, il cui esercito è il secondo a livello Nato.

Per quanto comprensibile, resta il paradosso che il governo riconosciuto dall'Onu (e sostenuto per anni dall'Italia) sia il primo a violare l'embargo sulle armi della stesse Nazioni Unite. Da un punto di vista geopolitico, più che i paradossi, a preoccupare l'Ue è stata l'ingerenza turca su una regione strategica già ben affollata, compresa l'ingerenza sullo sfruttamento di giacimenti di gas al largo di Cipro (e della Grecia) su cui hanno messo le mani diversi big del settore, come l'italiana Eni. Da qui nasce Irini, il cui battesimo non è stato facile: alcuni Paesi Ue, infatti, hanno sollevato il timore che mettendo delle navi europee al largo della Libia si sarebbe creato un 'pull factor', ossia i trafficanti di esseri umani avrebbero inviato i barconi di migranti al largo sapendo che, per il diritto internazionale, i comandanti (tanto più degli ufficiali militari) sarebbero stati costretti a salvare i barconi e scortarli in Europa.

Evitare i migranti

La soluzione è arrivata dopo mesi di trattative, in piena pandemia: le navi di Irini si sarebbero occupate di pattugliare solo il mare a Est della Libia, passaggio obbligato delle navi che dalla Turchia intendono raggiungere i porti controllati da Tripoli. Qui, i barconi difficilmente arrivano e anche se arrivassero, l'accordo tra i Paesi Ue è che se ne faccia carico la Grecia (interessata all'operazione Irini per via dei giacimenti di cui sopra e delle tensioni storiche con Ankara). A Ovest della Libia, invece, dove insistono le rotte che portano all'Italia e a Malta, l'incarico di fermare i trafficanti viene svolto dalla Guardia costiera libica, che viene finanziata dall'Ue tra non poche polemiche e che fa capo al governo di Tripoli (lo stesso per cui Bruxelles ha dovuto dispiegare un'operazione militare per evitare che si foraggiasse di armi turche).

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Questo terzo paradosso sarebbe l'ultimo della vicenda, se non fosse che proprio pochi giorni prima che la nave con le armi di Ankara raggiungesse la Libia, a pochi chilometri di distanza, in Tunisia, un barcone di migranti partito alla volta dell'Europa naufragava, uccidendo diverse persone, tra cui almeno 3 bambini. A quanto pare, negli ultimi mesi, l'unico blocco navale che ha funzionato è quello nei confronti dei trafficanti libici. Cosa che ha spinto le reti criminali a spostarsi sempre più in Tunisia per proseguire gli affari. Lo schema Ue, in altre parole, nato per evitare fenomeni di pull factor nel nome della sicurezza dei migranti, ha solo spostato di qualche miglia la tragedia. Mentre le armi continuano ad arrivare industurbate in Libia. 

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