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Domenica, 3 Marzo 2024
La bocciatura / Ungheria

Bruxelles blocca 7,5 miliardi di fondi Ue per l'Ungheria

Secondo la Commissione, il governo Orban non ha preso impegni concreti su 17 riforme, tra cui quelle riguardanti l'indipendenza dei giudici. A rischio anche il Pnrr

L'Ungheria non ha attuato le misure necessarie per ottenere il via libera di un parte dei fondi Ue per la politica di coesione. Per questa ragione, Bruxelles ha deciso di congelare 7,5 miliardi di euro previsti per Budapest nel quadro del bilancio 2021-2027. Inoltre, poiché alcune di queste misure sono legate al Pnrr ungherese, anche i finanziamenti del Recovery fund sono a rischio. Lo ha annunciato la Commissione europea.

Le misure sotto accusa riguardano questioni legate allo stato di diritto, dal rafforzamento dell'indipendenza giudiziaria al funzionamento della Corte suprema "per limitare i rischi di influenza politica". Secondo il meccanismo sullo stato di diritto varato da Bruxelles, la Commissione può decidere di bloccare i suoi finanziamenti a un Paese membro se ravvede rischi che tali fondi possano essere usati in modo distorto. Da qui, la decisione di oggi, che arriva dopo mesi di trattative serrate con il governo di Viktor Orban.

Già il 18 settembre scorso, infatti, Bruxelles aveva segnalato all'Ungheria le riforme necessarie per ottenere il via libera ai fondi della politica di coesione, annunciando che senza impegni concreti da parte di Budapest, avrebbe congelato il 65% delle risorse dei tre programmi operativi ungheresi. I negoziati, però, non sono serviti a sbloccare l'impasse, e adesso spetterà agli Stati membri decidere se confermare o meno lo stop ai fondi. 

Cosa farà il governo Meloni?

Il Consiglio degli Stati membri ha tempo fino al 19 dicembre per decidere il da farsi. Una prima indicazione di quello che accadrà è arrivata dal Parlamento europeo, che pochi giorni fa ha approvato a larga maggioranza una risoluzione in cui chiede agli Stati membri di "resistere alle pressioni dell'Ungheria e procedere con l'adozione delle proposte misure di condizionalità dello stato di diritto per sospendere i fondi di coesione dell'Ue", ossia i 7,5 miliardi sopra citati.

Tra i favorevoli alla risoluzione ci sono stati gli eurodeputati di Forza Italia (a eccezione di Massimiliano Salini), mentre Fratelli d'Italia e Lega si sono opposti alla richiesta. Il governo italiano, dunque, sembra spaccato. Perché lo stop ai fondi per l'Ungheria venga attuato, serve una maggioranza qualificata. Orban molto probabilmente avrà dalla sua la Polonia. Ma è chiaro che l'appoggio dell'Italia potrebbe essere fondamentale per evitare lo smacco europeo. Non che il leader ungherese non abbia altri mezzi di difesa: Budapest, in attesa di ricevere i tanti agognati soldi europei (che rappresentano circa il 4% del suo Pil se si considera anche il Pnrr), ha posto il veto su decisioni cruciali dell'Ue, come 18 miliardi di euro di aiuti macrofinanziari all'Ucraina e l'accordo sull'aliquota minima globale dell'imposta sulle società. Inoltre, insieme alla Turchia, ha minacciato di non ratificare l'ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato.

Perché lo stop ai fondi

L'Ungheria è tra i maggiori beneficiari netti del bilancio comunitario, insieme a Polonia, Romania e Grecia: riceve dall'Ue (e dagli altri Stati membri che sono contributori netti, come Germania, Francia e Italia), più risorse di quelle che versa. In altre parole, nelle casse di Budapest finiscono i soldi dei contribuenti tedeschi, francesi e italiani. È successo da quando l'Ungheria è entrata nell'Ue e continuerà anche per il bilancio in corso, quello che si concluderà nel 2027. 

Come emerge dal memorandum della Commissione su cui si basa la decisione di sospendere i 7,5 miliardi del bilancio pluriennale, ci sono diverse evidenze che suggeriscono che le sempre maggiori brecce nello stato di diritto, in particolare nella giustizia, siano funzionali ad alimentare un ben preciso sistema di potere attraverso gli appalti pubblici. La direzione generale Bilancio della Commissione, per esempio, ha commissionato uno studio "su oltre 270.000 appalti pubblici ungheresi tra il 2005 e il 2021". Il periodo copre il prima-Orban (2005-2010) e il dopo-Orban (2010-2021). 

Ebbene, secondo lo studio, prima dell'arrivo del leader ungherese (o meglio del ritorno, dato che era già stato premier prima del 2005), "la probabilità di ottenere appalti pubblici (sia a livello nazionale che finanziati dall'Ue) da parte di aziende che possono essere considerate politicamente collegate (alla maggioranza di governo, ndr) sono state tra 1,5 e 2,1 volte superiori alla probabilità di successo per le aziende che non sono considerate politicamente collegate". Con l'arrivo di Orban, questa probabilità è salita a 4,4. Detto in altro modo, ogni 5 appalti pubblici, ben 4 sarebbero andati a imprenditori vicini politicamente al leader ungherese e ai suoi sodali di partito e di governo. Il presunto clientelismo fa il pari con l'opacità nella gestione dei fondi, che ha portato a diverse frodi: l'ultima, pochi giorni fa, ha spinto l'Olaf, l'agenzia antifrode dell'Ue, a chiedere a Budapest di recuperare circa 11 milioni per un impianto per il trattamento di rifiuti mal funzionante, che ha messo a serio rischio sanitario la popolazione locale. 

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