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Venerdì, 24 Giugno 2022
Alta tensione / Ucraina

Oltre 720mila ucraini hanno già un passaporto russo: così Mosca mette le mani sul Donbass

Secondo gli analisti, il Cremlino persegue un duplice obiettivo: destabilizzare l’Ucraina e preparare il terreno per giustificare un intervento militare

Continua il processo di russificazione dell’Ucraina, o per lo meno delle regioni orientali in mano ai ribelli supportati dal Cremlino. La guerra non-convenzionale di Mosca nell’ex-repubblica sovietica si combatte anche attraverso il rilascio di passaporti russi ai residenti ucraini, che negli ultimi 3 anni hanno superato quota 720mila. Se da un lato si tratta di un guanto di sfida alla sovranità di Kiev sul proprio territorio, dall’altro si teme possa essere il preludio ad un’azione militare “difensiva”: la Russia potrebbe sfruttare l’occasione di un presunto attacco ai suoi nuovi cittadini per intervenire in loro difesa.

Procedura accelerata

Come riporta l’Associated press, sono oltre 720mila i passaporti russi emessi nelle province separatiste di Donetsk e Lugansk dall’aprile 2019, subito dopo l’insediamento del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Questi documenti sono stati rilasciati ai residenti con una procedura accelerata, ridotta ad un paio di mesi, e sono stati ottenuti da circa il 18% della popolazione locale. Naturalmente, Kiev sta reagendo con preoccupazione: il ministro degli Esteri Dmytro Kuleba ha esortato l’Ue a sanzionare Mosca per “il suo illegale rilascio di massa di passaporti russi ai cittadini ucraini”.

Come confermato dal servizio di migrazione di Donetsk, le richieste di passaporti russi sono aumentate nelle ultime settimane, contestualmente all’acuirsi delle tensioni ai confini dell’Ucraina, dove sono ancora ammassate decine di migliaia di truppe di Mosca. Per i residenti, avere la cittadinanza russa fornisce un senso di protezione: “I parenti (in Russia) ci dicono che Putin non ci abbandonerà e tutto andrà bene”, ha dichiarato una pensionata del luogo. Molti vedono come un’opportunità i benefici collegati all’ottenimento del documento: viaggi in Russia, ad esempio, ma anche l’accesso all’assistenza sanitaria gratuita (per questo, però, serve un ulteriore passaggio burocratico, ma l’amministrazione russa sta lavorando per snellire le procedure).

La russificazione dell’Ucraina orientale

Da quando nel 2014 i ribelli filo-russi hanno iniziato l’insurrezione nel Donbass, nell’Ucraina orientale, Mosca li ha sostenuti e ha tentato di mantenere salda la propria influenza nella regione. Sia qui che nella penisola della Crimea (annessa 8 anni fa e da allora silenziosamente “colonizzata”) sta andando avanti gradualmente il processo di russificazione: un’operazione artificiale per cui viene mantenuta (anzi ampliata) una maggioranza russofona nei territori contesi, per ancorarli definitivamente all’orbita del Cremlino.

In Crimea, la situazione è in uno stadio molto più avanzato perché la Russia considera la penisola come proprio territorio (l’ha infatti annessa dopo un contestato referendum popolare nel marzo 2014), e i residenti ucraini che non hanno già abbandonato la zona stanno incontrando difficoltà sempre maggiori nel “resistere” a quella che Kiev considera un’occupazione.

Per le province separatiste del Donbass, invece, è diverso: si sono proclamate indipendenti ma non fanno parte (ancora) della Federazione Russa. Gli accordi di Minsk-II (2015) prevedevano la concessione di una forte autonomia a Donetsk e Lugansk, che rimanevano parte del territorio sovrano ucraino. Ma Kiev non ne vuole sapere e si rifiuta di trattare con i leader dei separatisti per non legittimarli.

Nel frattempo, lo “zar” sta concedendo a centinaia di migliaia di ucraini non solo la cittadinanza russa ma anche la possibilità di accedere a diversi altri benefici, tra cui l’iscrizione al partito di governo Russia unita, i vaccini Covid-19 e le agevolazioni commerciali per i produttori locali. I residenti delle province ribelli dotati di passaporto russo hanno potuto votare nelle elezioni della Duma (la camera bassa del parlamento russo) l’anno scorso e nel plebiscito del 2020 su una riforma costituzionale che ha di fatto aperto a Putin la strada per altri due mandati presidenziali. Sono stati trasportati in autobus nella regione di Rostov, appena oltre il confine, per votare.

Pressione su Kiev

Lo scorso 15 febbraio, la Duma ha chiesto al Cremlino di riconoscere formalmente l’indipendenza delle autoproclamate repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, suscitando lo sdegno dell’Ucraina. Ma Putin non sembra incline a riconoscere la statualità delle province ribelli: piuttosto, vorrebbe che Kiev riconoscesse i leader separatisti e trattasse direttamente con loro, così da garantire l’attuazione del trattato di pace. Questo non ha comunque impedito al suo partito, Russia unita, di accogliere tra le proprie fila diversi funzionari delle repubbliche separatiste.

Secondo diversi osservatori, comunque, non è nella convenienza di Mosca supportare l’indipendenza delle regioni ribelli, perlomeno non nell’immediato. È più utile continuare a intromettersi nelle vicende del vicino ex-sovietico, continuando a fornire supporto ai filo-russi ma lasciando il martoriato Donbass all’interno della mappa ucraina, seppur in un limbo di fatto.

“È un modo per mantenere la pressione su Kiev, destabilizzandola e ostacolando il movimento dell’Ucraina verso i valori europei e verso la Nato”, ha spiegato l’analista politico Dmitry Oreshkin. “Non c'è alcun interesse politico finora. Piuttosto, c’è un interesse politico nell’allarmismo, sia in Ucraina che nei suoi vicini della Nato, con una tale retorica”, ha aggiunto.

Pronti alla guerra?

Il rischio, semmai, è un altro. In molti temono che il Cremlino potrebbe sfruttare la presenza di centinaia di migliaia di cittadini russi nel Donbass come pretesto per un intervento militare in loro protezione, che giustificherebbe dunque come un’azione difensiva. Mykola Sunhurovskyi, esperto militare del Razumkov Center, ha suggerito che Mosca “potrebbe usare la difesa degli interessi dei cittadini russi a Donetsk e Luhansk come pretesto per iniziare la guerra”. Sunhurovskyi ha notato che la Russia ha già usato un pretesto simile nel 2008 nella guerra con la Georgia, dopo aver distribuito passaporti russi ai residenti delle regioni secessioniste dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia.

Dal canto suo, la Russia ha ripetutamente accusato Kiev di avere pronti dei piani d’attacco per riconquistare con le armi le aree controllate dai ribelli e ha promesso una risposta se ciò dovesse accadere. Lo speaker della Duma Vyacheslav Volodin ha detto che “i nostri cittadini e compatrioti che vivono nel Donbass hanno bisogno di aiuto e sostegno”.

Nel frattempo, proprio in questi giorni sono tornati a farsi sentire i colpi dell’artiglieria nell’Ucraina orientale. Giovedì è stato colpito un asilo nido non distante da Lugansk, fortunatamente senza provocare vittime, mentre si moltiplicano le violazioni del cessate il fuoco del 2015 lungo la cosiddetta linea di contatto che separa i separatisti dalle forze governative. 

Il presidente ucraino Zelensky ha parlato di una “grande provocazione” di chi vuole trascinare il Paese in guerra con la Russia. Per ora Kiev e i ribelli filo-russi si accusano a vicenda, ma non si registrano escalation importanti dei combattimenti, anche se i leader della auto-proclamata repubblica popolare di Donetsk avrebbe lanciato la mobilitazione generale e avrebbe parlato di “scontri” al confine tra Russia e Ucraina. Kiev e Mosca, del resto, continuano uno scambio di smentite su presunte operazioni militari lungo il confine.

La tensione rimane dunque molto alta e alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza, tenutasi questo weekend, i rappresentanti occidentali hanno sventolato per l’ennesima volta la minaccia delle sanzioni, mentre la Cina ha invitato a prendere sul serio le richieste russe. I grandi assenti sono stati, tuttavia, proprio i rappresentanti russi: una situazione inedita, che non si era data nemmeno all’epoca dell’annessione della Crimea.

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