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Giovedì, 13 Giugno 2024
L'analisi

Come un anno di guerra ha cambiato la Nato

Da alleanza "in stato di morte cerebrale" e "obsoleta" a guida dell'Occidente che convince gli Stati a spendere nella difesa militare. E Stoltenberg vuole l'Ucraina nel 'club'

Da alleanza "in stato di morte cerebrale", come l'aveva definita Macron, a guida dell'Occidente contro la guerra di Putin. Non vi è dubbio che la Nato abbia riacquisito centralità a partire dal 24 febbraio 2022, quando i carri armati del Cremlino hanno varcato i confini dell'Ucraina. Prima di allora, in tanti nemmeno credevano alle parole di Jens Stoltenberg, segretario generale dell'alleanza atlantica, il quale ripeteva da settimane che la Russia stava "ammassando un'ingente forza militare con oltre 150mila soldati, aerei da combattimento ed elicotteri d'attacco". Allarmi spesso definiti "esagerati" da chi accusava l'alleanza di 'russofobia' da guerra fredda, ma che poi si sono rivelati tristemente veritieri. 

Svolta sulle spese militari

Oggi, al contrario di allora, la Nato viene presa sul serio dalle classi dirigenti dei Paesi europei, al netto di qualche distinguo. Passando dalle parole ai fatti, i governi Ue hanno anche aumentato la spesa militare per garantire la soglia minima del 2% del Pil in spesa pubblica per la difesa, come chiesto da anni - ma con scarsi risultati - proprio dalla Nato. Ma la guerra non ha cambiato solo la percezione degli europei nei confronti della Nato, bensì la Nato stessa.

Gli anni più difficili della Nato

Rimasta senza un vero nemico dal 1991, l'alleanza si era ripiegata negli ultimi anni verso la politica del disimpegno nei principali scenari geopolitici globali. Ne sono una dimostrazione il rovinoso ritiro dall'Afghanistan, dove a vent'anni di occupazione occidentale è seguito un ritorno dei talebani a Kabul in tempi record, ma anche l'intervento in Libia contro Gheddafi che ha poi lasciato il Paese in balia della guerra civile, per non parlare delle divisioni interne alla stessa alleanza atlantica sulla guerra in Siria. Il tutto avveniva in un contesto politico di progressivo isolamento degli Stati Uniti, di avvicinamento tra l'Ue, Italia e Germania in primis, e la Russia e di una neutralità apparente sbandierata dalla Cina. Fresco di elezione alla presidenza degli Usa, nel gennaio del 2017, Donald Trump definiva la Nato "obsoleta" e rimproverava i Paesi che non spendevano abbastanza nella propria difesa militare. Il resto della sua presidenza è stato segnato da frequenti momenti di tensione con gli alleati. Le due sponde dell'Atlantico si sono riavvicinate solo con l'elezione di Joe Biden e nei mesi difficili della pandemia, quando l'Occidente si è ricordato che l'unione fa la forza. Ma la Nato è rimasta sempre sullo sfondo. 

L'errore di calcolo

Sconfitto il virus, però, si apre un periodo di instabilità nei mercati globali segnato dalla carenza delle materie prime, dai primi aumenti al costo dell'energia e da un'industria in difficoltà, con frequenti interruzioni dalle catene di approvvigionamento alla produzione finale. In Germania finisce l'era di Angela Merkel e questo probabilmente contribuisce a rafforzare la convinzione di Vladimir Putin che l'Occidente non sarà capace di far fronte comune a un'eventuale nuova minaccia. La guerra in Ucraina comincia per diverse ragioni, una di queste è sicuramente un errore di calcolo. 

La reazione

La Nato infatti si ricompatta e reagisce di fronte alla guerra: consegna armi a Kiev, rinforza il suo fronte orientale, accoglie la domanda di adesione di Svezia e Finlandia, che oggi aspettano solo la ratifica di Turchia e Ungheria per entrare a pieno titolo nell'alleanza atlantica, e convince i Paesi europei a spendere di più nella difesa. La guerra si intensifica e Stoltenberg mantiene un atteggiamento di solidarietà nei confronti dell'Ucraina ma anche di prudenza. Tra i tanti 'no' dell'Occidente a Kiev si ricorda quello sulla no-fly zone, chiesta dagli ucraini prima della guerra, che avrebbe potuto trascinare la Nato in una 'guerra totale' contro la Russia.

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Tanti altri tabù però si sbriciolano assieme agli edifici colpiti dai missili russi: dalla fornitura di armi pesanti all'invio dei carri armati, dall'addestramento dei soldati ucraini in Occidente al dibattito in corso sull'invio dei caccia militari. Tutti passi avanti nella direzione di un maggior coinvolgimento della Nato nel conflitto pur restandone fuori, ma interpretati di modo opposto a seconda delle opinioni: giusto sostegno a un Paese invaso da una potenza straniera o errate intromissioni in un conflitto che è pur sempre esterno alla Nato. 

Il futuro della Nato

Magari è proprio per contrastare quest'ultima lettura dei fatti che Stoltenberg nelle ultime settimane è tornato a parlare dell'apertura della Nato all'ingresso dell'Ucraina. I governi europei finora non hanno assecondato queste aspirazioni e si sono limitati a offrire a Kiev un avvenire nell'Unione europea. È difficile dire come andrà a finire, ma una cosa è certa. Dopo questo conflitto la Nato non sarà più quella di prima.

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