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Dalla Turchia a Israele e Svizzera: ecco gli Stati che pagano l'Ue per accedere ai suoi servizi

Diversi Paesi che non fanno parte dell'Unione finanziano ogni anno tante attività Ue, da Horizon a Erasmus. Un'analisi della Corte dei conti europea mette ordine tra le cifre e rivela un trend: la Brexit farà aumentare il flusso di denaro proveniente dai contribuenti extra-Ue

Da Erasmus a Horizon 2020, passando per i contributi dei Paesi extra-Ue che fanno comunque parte dello Spazio economico europeo. Sono tante le voci nel bilancio Ue di fondi provenienti dai cosiddetti Paesi terzi, ovvero quelli che non fanno parte dell’Unione. Nel 2019, oltre l’1 per cento delle entrate totali dell’Unione europea provenivano infatti da questi Paesi che, pur non facendo parte della comunità di Stati, hanno degli accordi con l'Unione. Le risorse finanziarie stanziate dai Paesi terzi a favore di Bruxelles ammontavano a circa 1,5 miliardi di euro. E gli esperti fanno notare che la cifra è destinata ad aumentare per effetto della Brexit. 

Gli effetti della Brexit sulle casse Ue

Secondo l'analisi presentata dalla Corte dei conti europea, il recesso di Londra dall’Ue porterà infatti a un aumento generale dei contributi forniti dai Paesi terzi a causa dell’impatto sulle risorse dei Paesi Ue destinate a Bruxelles, dal momento che il prodotto interno lordo dell’Ue senza il Regno Unito sarà inferiore. Anche il fatto che il Regno Unito parteciperà ad alcuni programmi Ue come Paese terzo contribuirà a incrementare il flusso di risorse provenienti dalle tasche dei cittadini extra-Ue. 

I grandi contribuenti extra-Ue

La Corte dei conti europea ha messo ordine tra i dati a disposizione “allo scopo di fornire una visione d’insieme esaustiva dei contributi e della normativa che li disciplina”. Circa l’1 per cento delle entrate dell’Ue deriva dai contributi pagati da 18 Paesi terzi. Con la Svizzera e la Norvegia (2,2 miliardi di euro ciascuna), la Turchia (1,3 miliardi di euro) e Israele (1,0 miliardi di euro) come principali contribuenti, tali entrate sono ammontate a circa 7 miliardi di euro durante il periodo 2014-2019. 

Le attività finanziate

Come contropartita per questi contributi finanziari, i Paesi terzi ottengono l’accesso a programmi o attività Ue, come Horizon 2020 o Erasmus. Oltre a tali contributi versati direttamente all’Unione europea, i quattro Paesi Efta (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera) forniscono in media ogni anno 0,5 miliardi di euro direttamente ad alcuni Stati Ue per integrare la politica di coesione dell’Unione riducendo le disparità sociali ed economiche presenti nell’Unione europea e nello Spazio economico europeo.

La corretta gestione dei fondi 

I revisori dei conti Ue fanno notare che la gestione dei contributi versati a Bruxelles da Paesi terzi è decentrata, in quanto ripartita tra le direzioni generali della Commissione e le agenzie responsabili per i programmi e le attività a cui i contributi sono assegnati. “Se una gestione decentrata consente un approccio più adattabile a seconda del programma dell’Ue e del Paese non-Ue coinvolto, rende anche più difficile alla Commissione e alle agenzie dell’Ue assicurare la coerenza tra casi simili e l’efficienza nel calcolo e nella raccolta dei contributi”, fa notare la Corte. “La sfida consiste nel trovare il giusto equilibrio” tra “da un lato, la coerenza nelle procedure e l’efficienza nella gestione dei contributi dei Paesi terzi e, dall’altro, la possibilità di tenere conto delle circostanze specifiche riguardanti i programmi o i Paesi”, conclude la Corte dei conti.

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