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Mercoledì, 21 Febbraio 2024
La rivoluzione tradita

La Tunisia scivola verso la dittatura sotto gli occhi dell’Europa

L’Italia e Bruxelles pensano al gas che passa per lo Stato nordafricano e si disinteressano delle sorti del popolo che diede vita alla primavera araba

Meno di tunisino su tre si è recato alle urne in occasione del referendum costituzionale che permetterà al presidente di diventare un uomo solo al comando. Il Paese della Rivoluzione dei gelsomini, l’evento che diede il via alla primavera araba, sta tornando un regime dittatoriale sotto gli occhi impassibili dell’Unione europea, evidentemente troppo concentrata sulle questioni interne, a partire dai rischi per l’approvvigionamento energetico posti dallo scontro con Mosca, per pensare ai destini dello Stato mediterraneo. A ben vedere, anche la Tunisia c’entra con il tema energetico, ma andiamo con ordine. 

Il popolo tunisino nella giornata di ieri era chiamato alle urne per esprimersi sulla nuova Costituzione proposta dal presidente Kais Saied. La votazione si è tenuta nella giornata in cui si celebrava la Festa della Repubblica tunisina e un anno dopo lo stop decretato dal presidente a tutte le attività del Parlamento, un evento che ha dato il via a un forte accentramento dei poteri nelle mani del capo di Stato. A denunciare la deriva autoritaria nel Paese non sono solo le organizzazioni internazionali, come la Commissione di Venezia, che ha duramente criticato il metodo e il merito della riforma, ma anche i partiti che si oppongono a Saied che hanno chiamato al boicottaggio della consultazione. La scarsa affluenza potrebbe far pensare a una vittoria dell’opposizione, ma non è così. 

Con il passaggio scontato del sì alla nuova Costituzione voluta dal capo di Stato, la Tunisia passa a un “sistema iperpresidenzialista con controlli minimi al potere di Saied”, hanno affermato gli esperti del Brookings Institution di Washington. Anche l’Istituto Affari Internazionali, il think tank fondato da Altiero Spinelli, si è occupato della questione tunisina esprimendo forti critiche all’operato dell’Ue. 

“La Commissione europea e i rappresentanti del Servizio europeo di azione esterna (Seae) hanno perso numerose occasioni per mandare un chiaro messaggio di condanna nei confronti delle misure adottate dal presidente Saied”, si legge sulla rivista dell’Istituto. “Una certa inerzia burocratica e istituzionale, unita a un interesse decrescente per i temi del supporto alla democrazia in tempi recenti, ha reso Bruxelles assente e, secondo una larga fetta dell’opinione pubblica tunisina stessa, compiacente nei confronti dello smantellamento della democrazia operato da Saied”, è la dura critica mossa dagli analisti italiani.

In effetti, uno dei rari interventi della diplomazia Ue sul referendum tunisino definisce la consultazione sulla nuova Costituzione “una tappa importante nel processo verso la normalità istituzionale e l'equilibrio democratico”. Il secondo paragrafo della nota corregge il tiro: “L'Ue prende inoltre atto delle preoccupazioni espresse in merito alla proposta di bozza pubblicata il 30 giugno e al processo della sua elaborazione”. Troppo poco, secondo gli oppositori del nascituro regime tunisino. 

Draghi in Algeria, non solo gas: tutti gli accordi presi

Un argomento che potrebbe spiegare il disinteresse Ue per le sorti della democrazia tunisina è il passaggio attraverso il territorio del Paese nordafricano del gasdotto che porta metano all’Italia dall’Algeria. La missione quasi compiuta del governo italiano di sganciarsi dalla dipendenza energetica della Russia (l’Algeria ha già preso il posto di Mosca come primo fornitore di gas all’Italia) è infatti possibile solo grazie alle tubature che passano all'interno dei confini della Tunisia. Di qui una possibile spiegazione dell’oblio nel quale è sprofondato il sistema costituzionale del Paese nordafricano, un tempo preso come modello dai democratici di tutto il mondo arabo e non solo.

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