Mercoledì, 17 Luglio 2024
Il piano / Israele

I tre 'no' dell'Europa a Israele

Per l'Ue non ci deve essere un'espulsione dei palestinesi da Gaza e nessuna riduzione o occupazione del suo territorio. Bruxelles chiede pause umanitarie "immediate", ma Berlino si oppone al cessate il fuoco

Nessuna espulsione dei palestinesi da Gaza, nessuna riduzione del territorio della Striscia e nessuna occupazione israeliana. Sono alcune delle richieste dell'Europa a Tel Aviv per quando la guerra sarà finita. L'Unione europea continua a chiedere pause umanitarie "immediate", per fare entrare gli aiuti umanitari sempre più necessari, ma pensa anche al futuro, a quando la guerra sarà finita. E lo fa con uno schema basato su "tre no e tre sì", approvato a Bruxelles dal Consiglio Affari esteri.

I tre no, ha spiegato al termine della riunione l'Alto rappresentante Josep Borrell, sono: "Non si può avere uno sfollamento forzato del popolo palestinese fuori da Gaza, per farlo accogliere in altri Paese. Il territorio della Striscia non si può ridurre e non ci deve essere una nuova occupazione da parte di Israele", così come "non si può avere un ritorno di Hamas", e infine "non si può slegare Gaza da una soluzione complessiva della questione palestinese".

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I tre sì invece sono invece che innanzitutto "la Striscia di Gaza deve tornare sotto il controllo di un'autorità palestinese". "Non l'Autorità palestinese ma un'autorità che abbia legittimità definita e sancita dal Consiglio di sicurezza dell'Onu", ha precisato Borrell, come a voler sottolineare che non si deve per forza passare il controllo di Gaza ad Abu Mazen, ma possibilmente anche a un altro leader riconosciuto dai palestinesi ma anche a livello internazionale. E questa autorità, ha spiegato "dovrà avere un forte appoggio".

E per averlo serve il secondo sì, quello a "un maggiore coinvolgimento dei Paesi arabi nella ricerca di una soluzione", ha affermato il socialista spagnolo, che ha detto di sapere ce al momento queste nazioni "non vogliono parlare del giornodopo", ma concentrarsi sull'attualità e sulla fine della guerra, ma prima o poi il dopo ci sarà e allora "non ci sarà nessuna soluzione senza un impegno forte dei Paesi arabi". Infine il terzo sì è a un "impegno dell'Unione europea", perché, ha ammesso il capo della diplomazia di Bruxelles, fino ad ora "siamo stati assenti e abbiamo delegato la soluzione agli Stati Uniti", mentre "l'Europa deve impegnarsi di più" e se non lo farà "la violenza si perpetuerà per generazioni", ha avvertito Borrell.

Nell'immediato l'Alto rappresentante ha ribadito la necessità di "pause umanitarie", anche se l'Europa non si spinge ancora fino a chiedere un cessate il fuoco. "I bombardamenti intensi su Gaza hanno provocato un numero di morti che supera già gli 11 mila, tra cui un'alta proporzione di donne e bambini. Allo stesso tempo c'è una grande mancanza di beni di base, acqua, medicine, cibo. Contemporaneamente un milione e mezzo sono gli sfollati all'interno della Striscia di Gaza", ha ricordato Borrell, secondo cui "qualche aiuto è arrivato, ma parliamo di 40 camion in media al giorno che passano dal valico di Rafah. E questo è molto poco se paragonato ai 500 camion che passavano ogni giorno prima della guerra".

E per far passare più aiuti, ha specificato, il valico di Rafah tra Gaza ed Egitto non basta, e se ne devono aprire altri. O si devono far arrivare gli aiuti via mare, come vuole il piano messo a punto da Cipro, "ma non ci sono porti a Gaza, e se ne devono costruire di galleggianti", ha fatto notare Borrell, a sottolineare che questo potrebbe essere molto complicato al momento.

Il commissario europeo per gli aiuti umanitari, Janez Lenarcic, ha invitato Israele ad attuare pause umanitarie "autentiche" nella sua guerra contro Hamas. "È urgente definire e rispettare le pause umanitarie", e queste pause "devono essere vere e proprie pause", ha dichiarato Lenarcic al suo arrivo ad una riunione dei ministri degli Esteri dell'Ue a Bruxelles. "Il carburante deve arrivare. Come potete vedere, più della metà degli ospedali della Striscia di Gaza ha smesso di funzionare, essenzialmente per mancanza di carburante", ha aggiunto. Gli ospedali "non devono diventare campi di battaglia", ha avvertito il ministro degli Esteri lussemburghese Jean Asselborn. "I pazienti in terapia intensiva non hanno alcuna possibilità di sopravvivere", ha insistito.

E diversi Paesi europei vogliono andare oltre e, come la Francia, chiedono un cessate il fuoco. Ma la Germania si oppone. "Capisco perfettamente l'impulso in questa terribile situazione" a chiedere "un cessate il fuoco" ma "gli impulsi non sono sufficienti ad aiutare le persone e garantire davvero la sicurezza e la pace" in Medio Oriente, ha detto la ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, secondo cui "coloro che chiedono" il cessate il fuoco devono anche dire come "garantire la sicurezza di Israele".

In oltre un mese di conflitto, il bilancio totale delle vittime a Gaza è salito a 11.240, secondo l'ufficio stampa del governo della Striscia controllata da Hamas. Il bilancio dal 7 ottobre comprende 4.630 bambini e 3.130 donne. La situazione umanitaria è catastrofica, con gli ospedali al collasso e incapaci di funzionare.  Due importanti ospedali nel nord della Strisicia, gli ospedali Al-Shifa e Al-Quds, risultano chiusi dopo che pesanti attacchi aerei israeliani e combattimenti sono avvenuti intorno a entrambe le strutture. Il personale medico è rimasto senza ossigeno, mentre mancano sia forniture mediche che carburante per alimentare gli incubatori.

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