Le donne stuprate in guerra non hanno diritto ad abortire: all'Onu vince la linea Trump

Il veto minacciato dagli Usa annacqua il testo finale della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sui crimini durante i conflitti. Cancellati riferimenti a questioni di “genere” o “salute sessuale e riproduttiva”. Come voleva la Casa Bianca 

Donne vittime di stupro in Congo

Un bicchiere mezzo vuoto per chi si batte a tutela dei diritti delle vittime di stupri perpetrati come arma di guerra. La risoluzione adottata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite condanna la violenza sessuale nel contesto bellico, ma viene incontro alle “questioni etiche” avanzate dalla Casa Bianca in tema di salute sessuale e riproduttiva. Fonti interne all’Onu confermano che l’amministrazione Trump aveva minacciato il veto sul testo finale a causa del linguaggio che, secondo i diplomatici Usa, implicava l’assistenza delle vittime presso cliniche e consultori. La sola idea che una vittima di stupro in un contesto di guerra potesse interrompere la gravidanza avrebbe convinto i diplomatici di Washington a chiedere la revisione del testo, minacciando il semaforo rosso.

La delegazione tedesca, alla quale tocca la presidenza di turno dei 15 Stati che siedono al Consiglio di Sicurezza, si è incaricata della difficile mediazione. Nella serata di ieri è arrivata l’approvazione finale con 13 voti a favore e le astensioni di Russia e Cina. 

Oltre alle limature di linguaggio, il documento era già stato depotenziato dai precedenti paletti imposti da Russia, Cina e Usa. Il sistema di monitoraggio per denunciare le atrocità compiute sul campo di guerra, ad esempio, era stato accantonato in partenza dalle tre superpotenze militari, evidentemente preoccupate dal dover aprire le porte dei propri insediamenti in zone di guerra agli ispettori Onu o di altre autorità indipendenti. 

Nelle ultime ore prima del voto finale, l’intero compromesso rischiava di saltare per via della linea dura di Trump. Come riportato dal Guardian, il presidente degli Stati Uniti “sta rifiutando tutti i documenti delle Nazioni Unite che si riferiscono alla salute sessuale o riproduttiva, sulla base del fatto che tale linguaggio implica il sostegno agli aborti”. La Casa Bianca si sarebbe addirittura opposta alla parola “genere”, considerandola una copertura per la promozione dei diritti dei transessuali. 

Il braccio di ferro sulla terminologia del testo ha visto i Paesi Ue presenti in Consiglio - Belgio, Germania, Regno Unito e Francia - inizialmente sulle barricate in difesa dei passi avanti degli ultimi decenni in termini di riconoscimento internazionale dei diritti delle donne. Ma con la minaccia di veto, le posizioni degli europei si sono ammorbidite.

Nadia Murad, venticinquenne irachena della minoranza yazida e vincitrice del premio Nobel per la pace nel 2018, ritiene che la risoluzione “sia un passo avanti nella giusta direzione”. “Ma - sottolinea - passi concreti devono seguire all’adozione del testo”. Nel 2014 fu una delle migliaia di vittime di violenze perpetrate dai guerriglieri Isis. La sua storia ha contribuito, nonostante i paletti imposti delle superpotenze militari, all’approvazione di un testo che, a prescindere dai contenuti, significa tanto per chi ha subito uno stupro nel già drammatico contesto di un conflitto armato.

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