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Domenica, 29 Gennaio 2023
Diritti delle donne / Spagna

Stretta sull'aborto in Spagna: gli alleati di Meloni contro il governo

La comunità autonoma di Castilla y León, governata da Vox e Popolari, ha deciso che i medici dovranno proporre alle donne di ascoltare il battito cardiaco del feto prima di proseguire con l'interruzione di gravidanza

Gli alleati spagnoli di Giorgia Meloni stanno tentando una crociata contro il diritto all'aborto. Il vicepresidente della comunità di Castilla y León, Juan García-Gallardo del partito di estrema destra Vox che siede a Strasburgo nei banchi dei Conservatori insieme a Fratelli d'Italia, ha annunciato che i medici della regione saranno ora obbligati a proporre alle donne di ascoltare il battito cardiaco del feto o vedere un'ecografia 4d prima di proseguire con l'interruzione volontaria della gravidanza.

Gallardo ha precisato che nessuna donna verrà costretta a farlo se non lo desidera, in quanto l'obbligo riguarda solo gli operatori sanitari, i quali devono "offrire questa possibilità". Il politico ha espresso il suo apprezzamento per il modello applicato in Ungheria dal governo di Viktor Orbán per regolamentare l'aborto, che prevede oltre all'obbligo per le donne di ricevere informazioni sulle possibilità di adozione e sulle prestazioni di maternità disponibili e a quello di attendere 72 ore prima di effettuare l'interruzione di gravidanza, anche l'obbligo di ascoltare il battito cardiaco del feto. "L'Ungheria mi piace molto perché offre alternative, informazioni e misure positive per prendere una decisione con tutte le informazioni possibili", ha affermato.

Per il momento il governo di Castilla y León ha rilasciato dichiarazioni contraddittorie. Mentre il suo vicepresidente ha affermato che le misure saranno applicate immediatamente e che le donne che vogliono abortire saranno obbligate ad ascoltare il battito cardiaco del feto, il presidente, Alfonso Fernández Mañueco (Partido popular) ha annunciato che nessuna donna sarà costretta a sottoporsi a queste pratiche, ma non ha chiarito quale sarà l'estensione o l'applicazione di un eventuale protocollo medico.

Nel frattempo, riporta El Pais, il governo centrale, guidato dal leader socialista Pedro Sanchez, ha deciso di intraprendere azioni legali contro la giunta di Castilla y León per impedire che Pp e Vox adottino misure che limitino o influiscano la legge sull'aborto. Il Consiglio dei ministri approverà un accordo in cui si richiede all'esecutivo comunitario di astenersi dall'adottare qualsiasi azione che violi o pregiudichi la legge sulla salute sessuale e riproduttiva e l'interruzione volontaria della gravidanza. Il governo regionale di Fernández Mañueco e García-Gallardo avrà un mese per rispondere. In caso di inadempienza, la procedura abituale a seguito di questa richiesta è il deposito di un conflitto di competenze presso la Corte Costituzionale, il cui semplice accoglimento comporta la sospensione automatica per sei mesi del regolamento impugnato, fino alla decisione della Corte.

Come ricorda El Diario l'offensiva contro il diritto all'aborto non riguarda solo la comunità autonoma, ma fa parte di una più ampia campagna internazionale. "Sappiamo che si tratta di una strategia globale e che le misure non sono nemmeno pensate qui, ma girano in diversi Paesi del mondo" ha dichiarato Silvia Aldavert, presidente dell'Associazione per i diritti sessuali e riproduttivi della Catalogna. 

Gli esperti sostengono che queste proposte sui diritti sessuali e riproduttivi non sono casuali e che c'è una comunità internazionale che si organizza per imporre questa agenda ultra-conservatrice. Tra i loro spazi principali c'è il Congresso mondiale delle famiglie, un evento annuale in cui i partecipanti "definiscono l'agenda" e che vede la partecipazione di figure importanti come Matteo Salvini, Giorgia Meloni, e il primo ministro ungherese Viktor Orbán. Questi incontri sono finanziati da gruppi ultracattolici, che secondo il rapporto del Forum parlamentare europeo sui diritti sessuali e riproduttivi (Epf) hanno visto i loro finanziamenti quadruplicare in dieci anni. Francia, Italia, Germania, Spagna e Polonia sono i Paesi di origine delle maggiori fondazioni "anti-gender".

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