L'indipendenza della Scozia non fa più paura agli economisti. E il caos Covid indebolisce Londra

Un recente sondaggio mostra che la maggior parte del mondo degli affari non teme l'uscita dal Regno Unito. E la gestione non proprio ottimale della crisi sanitaria da parte di Boris Johnson sta facendo crescere il fronte dei separatisti. Che sembra essere ormai in maggioranza

Le imprese britanniche non temono più l’indipendenza della Scozia. È quanto emerge da un sondaggio pubblicato dal “Times” di Londra il 2 ottobre. Ben il 54% dei dirigenti d’impresa interpellati ha suggerito che la separazione della Scozia dal Regno Unito non “creerebbe problemi”, mentre solo il 22% la ritiene un fattore di rischio dal punto di vista economico. Sembra incrinarsi così uno degli elementi forti del “discorso” unionista, quello per cui l’indipendenza scozzese farebbe male all’economia. Si era sempre detto: troppo isolata la Scozia per stare da sola, troppo integrate le economie britanniche per separarsi.

Intanto, anche il clima politico sembra mutato. Mentre la prima ministra scozzese Nicola Sturgeon (indipendentista, espressione dello Scottish National Party) registra un picco di popolarità senza precedenti, i sondaggi indicano come un nuovo referendum per l’indipendenza potrebbe dare un risultato opposto a quello del 2014, quando i “no” al distacco dal Regno Unito vinsero con il 55% prevalendo sul “sì” alla separazione. Lo rivela un sondaggio di Yougov pubblicato il 12 agosto, in cui si indica come gli scozzesi favorevoli all’indipendenza sarebbero il 52%, quota mai raggiunta prima.

A favorire questa nuova tendenza sarebbe l’azione combinata della pandemia Covid-19 e della Brexit, gestite dal primo ministro Boris Johnson in maniera ritenuta dai più “disastrosa” come suggerisce il magro 20% di popolarità di cui Johnson gode in Scozia. Al contrario, la prima ministra Sturgeon raccoglie quanto seminato nel lockdown, quando appariva ogni giorno sulle tv scozzesi, comunicando in maniera empatica e rassicurante, ma imponendo misure di contenimento dei contagi più severe che in altre regioni della Gran Bretagna. In agosto la popolarità di Sturgeon era schizzata ad uno sbalorditivo 72%. Persino gli scozzesi contrari all’indipendenza la promuovono: il 59% di costoro indica che la “first minister” ha agito bene in tempi di pandemia. 

L’elemento è cruciale: con la devolution del 1998, la sanità è diventata di competenza delle istituzioni scozzesi. La pandemia ha mostrato agli scozzesi una centralità inedita del governo di Edimburgo, prima percepito come relegato a legiferare su temi secondari. Si è percepita una Scozia efficiente nella gestione della crisi, in contrasto con il caos che regna a Westminster e a Downing Street. Lo conferma l’analista politico del “Courier” David Clegg: "Il Covid-19 ha portato con sé questo strano sottoprodotto. Tutte le questioni su economia, posizione della Scozia nel mondo e rischi nel rompere i legami di tre secoli di storia condivisa, sono state ridotte a una domanda molto più semplice: Nicola Sturgeon o Boris Johnson?".

Dopo la sconfitta degli indipendentisti nel 2014, era intervenuta la Brexit a gonfiare i consensi per le istanze di autogoverno: il “no” all’uscita dell’Unione europea vinse in Scozia con il 62% dei voti, rivelando un diffuso sentimento europeista. Gli scozzesi sembrano considerare le istituzioni comunitarie come un “contraltare” di garanzia rispetto al governo centrale. In linea anche i risultati delle elezioni generali del 2019: se a livello nazionale Boris Johnson trionfava con il 43%, in Scozia i “tories” racimolavano un modesto 25%, in calo di 3 punti rispetto al 2017. Così, negli ultimi due anni, si sono fatte sempre più insistenti le richieste da parte dell’Snp di un nuovo referendum per l’indipendenza da celebrare in prossimità delle prossime elezioni del Parlamento scozzese, previste per il 2021, in cui si prevede una vittoria agile dell’Snp, che darebbe un ulteriore segnale a Londra. 

Ma si profila il veto di Boris Johnson, che a gennaio aveva respinto le richieste di un nuovo voto: "Non consentiremo un altro referendum che confermerebbe la stagnazione politica in cui la Scozia versa da un decennio, con gli ospedali, i posti di lavoro e le scuole scozzesi di nuovo lasciati indietro a causa di una campagna di separazione dal Regno Unito". Johnson non intende assumersi il rischio che aveva corso il premier David Cameron, che concesse il referendum del 2014 nella convinzione che i “no” avrebbero stravinto. Ma se Cameron si salvò per il rotto della cuffia nel referendum scozzese, lo stesso non accadde nel referendum per la Brexit: anche lì si profilava una vittoria del “remain” caldeggiato dallo stesso ex premier conservatore. Ma a sorpresa vinsero i “leave” e la prima testa a rotolare fu proprio quella di Cameron. 

Errore che Johnson non intende ripetere autorizzando una consultazione dall’esito non scontato. A poco valgono le proteste di Sturgeon, che aveva risposto a Johnson in maniera netta: "I tories sono terrorizzati che la Scozia eserciti il suo diritto di scegliere il suo futuro. Ma la democrazia prevarrà". La partita per l’indipendenza rischia di infrangersi sul roccioso nazionalismo di Boris Johnson, che non vuole trasformarsi da emulo di Churchill in colui che ha reso possibile la dissoluzione del Regno Unito.

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