"Boicottate le fabbriche di schiavi in Cina", l'appello ai grandi marchi della moda

Ong puntano il dito contro Pechino: “Oltre un milione di persone in campi di detenzione e lavoro forzato”. Colpita soprattutto la minoranza uigura. Le denunce collegate a big come Adidas, H&M, Lacoste, Nike, Ralph Lauren e Zara

Manifestazione contro le discriminazioni degli uiguri - foto archivio Ansa EPA/MAST IRHAM

In Cina, nella regione autonoma Uigura dello Xinjiang, le piantagioni di cotone e le fabriche tessili sfruttano la manodopera forzata degli uiguri, la minoranza musulmana accusata di separatismo da Pechino. È la denuncia che arriva dalla Clean Clothes Campaign - Campagna Abiti puliti in un appello sottoscritto settantadue gruppi impegnati nella difesa dei diritti degli uiguri, insieme ad oltre 100 organizzazioni, in cui chiedono ai grandi marchi della moda di interrompere tutti i rapporti con le fabbriche che sarebbero responsabili di questo crimine.

I marchi coinvolti

Secondo la denuncia quasi l'intero settore dell'abbigliamento, compresi marchi come Adidas, H&M, Lacoste, Nike, Ralph Lauren e Zara, sarebbe collegato a casi specifici di lavoro forzato nella regione. Come affermano i responsabili della campagna in una nota, il governo cinese avrebbe imprigionato dagli uno agli 1,8 milioni fra uiguri e turco musulmani in campi di detenzione e lavoro forzato in quello che sarebbe, se vero, il più grande internamento di una minoranza etnica e religiosa dalla seconda guerra mondiale. Secondo gli attivisti elemento centrale della strategia del governo per dominare il popolo uiguro sarebbe proprio un vasto sistema di lavoro forzato, che colpisce fabbriche e fattorie nella regione e in tutta la Cina, sia all'interno che all'esterno dei campi di internamento.

Le accuse di Usa e Regno Unito

Denunce simili sono arrivate in questi giorni dagli Stati Uniti di Donald Trump e dal Regno Unito di Boris Johnson, il cui ministro degli Esteri, Dominic Raab, ha parlato anche di "sterilizzazioni forzate" e di pratiche che "ricordano qualcosa che non si vedeva da molto tempo". Pechino ha rispost affermando che si tratterebbe invece di “bugie” e “accuse infondate”.

Momento di agire

“È arrivata l'ora per i marchi, i governi e gli organismi internazionali di agire concretamente: basta vuote dichiarazioni. Per porre fine alla schiavitù e agli abusi nei confronti delle popolazioni Uigure, Kazake e turco musulmane da parte del governo cinese, i marchi devono garantire che le loro catene di fornitura non siano collegate a queste atrocità", ha dichiarato Jasmine O'Connor Obe, amministratrice delegata di Anti-Slavery International. Obe ha sottolineato che "l'unico modo per assicurare che non traggano profitto da questo sfruttamento è abbandonare la regione e terminare ogni tipo di relazione con i fornitori che sostengono questo sistema".

Le testimonianze

Le associazioni hanno raccolto varie testimonianze di vittime di tale sfruttamento, tra cui quella di Gulzira Auelkhan, donna kazaka detenuta in un campo di internamento e poi costretta al lavoro forzato in una fabbrica: "La fabbrica di vestiti non era diversa dal campo di internamento. C'erano polizia, telecamere, non potevi andare da nessuna parte". Gli attivisti avvertono che i principali marchi della moda rafforzano esponenzialmente il proprio potere economico e presenza sul mercato, incrementando i profitti approfittando di questa situazione.

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