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Martedì, 7 Febbraio 2023
Guerra e carburanti / Russia

Come la russa Lukoil continua a fare affari in Europa (e a rifornire l'Ucraina)

Il colosso del petrolio è riuscito ad aggirare sanzioni e embargo Ue. Facendo contenta Kiev e senza rompere con il Cremlino (almeno per ora)

C'è un gigante russo dell'energia che continua a fare affari in Europa, nonostante le sanzioni e l'embargo Ue al suo core business, il petrolio. E che rifornisce di diesel e benzina l'esercito ucraino. Già, perché, come emerso in questi giorni, è anche merito di Lukoil se i mezzi militari di Kiev non sono rimasti senza carburante, soprattutto nei primi mesi del conflitto. Un aiuto al nemico che, finora, non ha attirato le ire di Mosca sulla compagnia. Come è stato possibile tutto questo?

La clemenza dell'Europa

Con lo scoppio della guerra in Ucraina, l'Ue ha preso di mira con le sue sanzioni colossi energetici russi come Gazprom, Rosneft e Transneft. La Lukoil, invece, è rimasta in gran parte illesa. Da un punto di vista legale, la prima ragione di questa esenzione è dettata dal fatto che, a differenza delle compagnie sanzionate, Lukoil "è una società internazionale di proprietà privata senza quote statali. Non partecipa ad alcun processo politico in nessun Paese in cui è presente”, si legge in una nota della società. 

Altro fattore che ha giocato a favore della clemenza dell'Ue è la posizione neutrale assunta sul conflitto in Ucraina: a marzo, nei primi giorni dell'invasione, il consiglio di amministrazione di Lukoil ha espresso le sue "profonde preoccupazioni per i tragici eventi in Ucraina" e ha chiesto "la cessazione quanto prima del conflitto armato". In questi giorni, in seguito a una inchiesta del quotidiano tedesco Welt, si è scoperto che non solo Lukoil non ha sposato la linea politica del Cremlino, ma ha persino aiutato, indirettamente, l'esercito ucraino a rifornirsi di diesel durante questi mesi di conflitto, in particolare nella fase iniziale più critica.

L'eccezione bulgara e gli aiuti a Kiev

Come ricostruito anche da Euractiv, tali forniture hanno fatto leva sulla raffineria di Burgas, in Bulgaria, gestita da una filiale della compagnia russa. Da Burgas, nel 2022, sono partiti carichi di prodotti petroliferi diretti prima a compratori terzi nell'Ue, e poi girati in Ucraina del valore di almeno 700 milioni di euro, un valore mille volte superiore all'export sull'asse Sofia-Kiev registrato nel 2021. Con la guerra, "la Bulgaria è diventata uno dei maggiori esportatori di gasolio in Ucraina e a volte ha coperto il 40% del fabbisogno dell'Ucraina", ha raccontato l'ex ministro delle Finanze bulgaro Assen Vassilev. Oggi, la raffineria è ancora nelle mani di Lukoil: il parlamento bulgaro ha approvato una legge che dà la possibilità al governo di estromettere i russi dalla gestione dell'impianto, ma al contempo autorizza Lukoil a esportare diesel e benzina al di là di quello venduto direttamente alla Bulgaria, purché tali forniture vadano in Ucraina.

La Bulgaria svolge un ruolo centrale per il business europeo della compagnia in questo momento storico: Sofia ha infatti ottenuto di essere esentata dall'embargo sui carichi di petrolio che arrivano via mare dalla Russia, scattato il 5 dicembre scorso. Questo ha permesso di tenere in piedi l'impianto di Burglas senza doverlo affidare ad altre compagnie, come successo per esempio con la raffineria di Priolo in Sicilia, abbandonata dai russi: solo a dicembre, in Bulgaria sono arrivati 160mila barili di petrolio russo al giorno.

L'oleodotto dell'Amicizia

A essere esentato dall'embargo è anche l'"oleodotto dell'Amicizia", il Druzhba, che porta il greggio russo in Europa attraverso due rami, uno che porta in Bielorussia e Polonia e arriva fino in Germania, e un altro che attraversa l'Ucraina in direzione di Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria. La Germania ha annunciato di aver interrotto gli acquisti di greggio russo, ma in compenso importerà circa 30.000 barili al giorno dal Kazakistan, dove Lukoil ha da tempo allungato le mani su importanti riserve, non solo di petrolio. Il petrolio dal Kazakistan potrebbe anche salvare la terza raffineria di Lukoil in Europa, quella in Romania: il governo di Bucarest ha detto di aver ricevuto rassicurazione che nell'impianto non arriverà greggio russo, e per questo, almeno per il momento, la dirigenza non cambia.

Lukoil ha anche una partecipazione del 45% in un'altra raffineria nei Paesi Bassi, e centinaia di distributori di benzina dalla stessa Romania al Belgio. Grazie a questa rete, l'azienda ha registrato un utile netto di 648 miliardi di rubli (8,6 miliardi di euro) nei primi nove mesi dello scorso anno, più del doppio rispetto allo stesso periodo del 2021.

La pazienza di Putin

Non è detto che gli affari continueranno ad andare bene anche nel 2023: a febbraio scatterà anche il tetto al prezzo del petrolio russo deciso dal G7, e Mosca potrebbe cominciare a fare pressioni sui vertici perché mettano da parte la loro neutralità sul conflitto in Ucraina. Le notizie sui rifornimenti ucraini arrivati dalla raffineria di Burgas hanno fatto storcere il naso in Russia, tanto che i vertici della Lukoil hanno fatto sapere, attraverso l'agenzia stampa statale russa Tass, di non aver ricevuto alcun ordine da Sofia di esportare petrolio in Ucraina.

Per capire il clima che si respira nella sede della compagnia in patria basta ricordare quanto accaduto lo scorso settembre, quando il presidente della Lukoil Ravil Maganov è caduto da una finestra di un ospedale della capitale lo stesso giorno in cui Vladimir Putin era in visita. La società all'epoca diramò una nota limitandosi a dire che Maganov "è morto a seguito di una grave malattia". 

C'è poi la questione delle tasse: finora il grosso delle tasse sui profitti di Lukoil in Europa sono andati in Russia. Bruxelles ha chiuso più di un occhio su questo, ma non è detto che possa continuare a farlo a lungo. Per gli esperti, la compagnia dovrà presto decidere da che parte stare: se rompere con Mosca, o se chiudere le sue attività in Europa. "Si può probabilmente concludere che l'attuale gestione sarà ancora più allineata con il Cremlino", ha affermato Adnan Vatansever, docente ed esperto di energia russa presso il King's College di Londra.

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