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Mercoledì, 5 Ottobre 2022
Storico successo / Regno Unito

La riunificazione dell'Irlanda resta un sogno, ma Belfast ora è più vicina all'Ue

La vittoria dei nazionalisti dello Sinn Féin mette ancora più in difficoltà Johnson. Mentre in Scozia si torna a parlare di indipendenza

Lo Sinn Féin nominerà Michelle O'Neill per la carica di primo ministro dell'Irlanda del Nord dopo aver ottenuto la maggioranza dei seggi dell'assemblea nazionale. Se il partito dovesse riuscire a ottenere la massima carica, O'Neill sarebbe il primo leader nazionalista nella storia a governare a Belfast. E la domanda che aleggia sull'asse Londra-Dublino è se questo trionfo storico a danno degli unionisti del Dup, ossia dei fedeli alla regina, possa aprire la strada a un processo di riunificazione dell'isola irlandese. 

Che la riunificazione dell'Irlanda sia il cardine dell'azione politica del Sinn Féin è chiaro a tutti. Il successo elettorale "rappresenta un momento di cambiamento molto significativo", ha detto O'Neill a margine dei risultati.Il suo partito è nato per abolire quella che considera un'entità illegittima ed evita il termine Irlanda del Nord, limtandosi a chiamare "Nord" il territorio governato da Belfast nell'ambito del Regno Unito. Ma per trasformare i principi in realtà non basta un successo elettorale. E le ferite aperte dalla Brexit, rifiutata dalla maggioranza dei nordirlandesi, potrebbero avere paradossalmente un ruolo nel frenare fughe in avanti nazionaliste.

Per capire meglio cosa attende Belfast bisogna fare riferimento a due parole chiave: accordo e protocollo. L'accordo è quello del Venerdì Santo, siglato nel 1998 da tutti i principali partiti del Nord Irlanda, a eccezione del Dup. Quell'accordo ha consentito di stabilizzare la situazione politica e di garantire la pace tra protestanti e cattolici. In base all'accordo, il Segretario di Stato per l'Irlanda del Nord dovrebbe indire un referendum se sembra probabile che la maggioranza dei cittadini nordirlandesi voglia un'Irlanda unita. I sondaggi mostrano però che la maggioranza della nazione preferisce rimanere nel Regno Unito. O'Neil lo sa bene, e chi conosce bene la realtà di Belfast esclude che un referendum per staccarsi da Londra possa venire indetto nel breve termine.

Lo spettro di una consultazione pubblica, però, potrebbe spingere gli unionisti del Dup a più miti consigli sul protocollo dell'Irlanda del Nord siglato tra l'Ue e il Regno Unito. Di cosa di tratta? Il protocollo non è altro che l'accordo che mira a impedire il ritorno di un confine vero e proprio tra le due partti dell'Isola. Di fatto, con questo accordo, l'Irlanda del Nord deve seguire le regole del mercato unico dell'Ue, con conseguenti controlli su alcune merci provenienti dall'Inghilterra, dalla Scozia e dal Galles e che entrano nel suo territorio. Il protocollo non è mai andato giù agli unionisti, tra i più strenui promotori della Brexit: nei loro programmi, l'uscita dall'Ue sarebbe dovuta servire a spegnere i sogni di riunificazione del Sinn Féin. Invece, l'accordo paradossalmente crea uno status a parte per Belfast, legandola a doppio filo con Dublino e il resto dell'Unione europea.

Tra gli unionisti, in molti hanno visto nel protocollo un tradimento da parte di Boris Johnson. E già prima delle elezioni avevano lanciato un grido d'allarme verso Londra sottolineando che l'accordo stava causando una pericolosa perdita di consensi. Il governo britannico ha promesso che rivedrà il testo con Bruxelles, ma l'Ue non sembra intenzionata a concedere modifiche. Per tutta risposta, il leader del Dup, Jeffrey Donaldson, ha dichiarato che si rifiuterà di entrare a far parte di una nuova amministrazione decentrata a Belfast fino a quando il governo del Regno Unito non "affronterà" il protocollo. Senza il Dup, che è attualmente il secondo partito nordirlandese, è impossibile formare un nuovo esecutivo. 

Le minacce degli unionisti sono un altro campanello di allarme per Johnson: il Dup rappresenta non solo una sorta di seconda gamba del suo governo, ma è anche un fondamentale sostegno per i brexiter duri e puri all'interno dei conservatori. La sconfitta alle elezioni amministrative in giro per il Paese e il risultato in Irlanda del Nord stanno indebolendo la posizione del premier nei confronti dell'opposizione interna più filo-europeista, tanto che alcuni Tory ne hanno persino chiesto le dimissioni. 

Il successo del Sinn Féin, poi, ha dato subito fiato agli indipendentisti scozzesi, con la premier Nicola Sturgeon che ha di nuovo rilanciato lo spettro di un addio a Londra: "Non c'è dubbio che ci sono grandi domande fondamentali che vengono poste al Regno Unito come entità politica in questo momento", ha dichiarato Sturgeon. "Gli è stato chiesto loro qui in Scozia, è stato chiesto loro in Irlanda del Nord, è stato chiesto loro in Galles e penso che vedremo alcuni cambiamenti fondamentali nella governance del Regno Unito negli anni a venire e sono certa che uno di quei cambiamenti sarà l'indipendenza scozzese", ha aggiunto.

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