La riforma di Dublino continua a dividere gli Stati europei

In Lussemburgo la riunione dei ministri degli Interni dei Ventotto ma il compromesso sul tavolo non piace a nessuno. Le quote obbligatorie per la redistribuzione dei rifugiati si attiverebbero solo in casi estremi e con il consenso di tutti, cosa che porta l'Italia a votare no al testo

Le discussioni vanno avanti ormai da mesi ma ancora non si intravede la possibilità di riuscire a trovare un accordo sulla riforma del regolamento di Dublino sul diritto d'asilo in Europa. Martedì 5 giugno i ministri degli Interni degli Stati membri si riuniscono in Lussemburgo, ma è già palese che il Consiglio si concluderà con un nulla di fatto. La presidenza di turno bulgara ha messo sul tavolo una proposta di compromesso che però non ha l'appoggio della maggioranza qualificata degli Stati membri, visto che vi si oppongono da una parte l'Italia e gli altri paesi in prima linea lungo le rotte dei flussi migratori nel Mediterraneo, e dall'altra, per ragioni opposte, l'Austria e i quattro paesi del gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia), ai quali, con la vittoria dello xenofobo Janez Jansa alle elezioni domenica scorsa, potrebbe aggiungersi anche la Slovenia.

Cosa prevede il testo

Il testo contiene ancora le quote obbligatorie di ripartizione di richiedenti asilo tra gli Stati membri, cosa su cui l'Italia insiste molto, ma solo in caso di "crisi grave", con soglie molto alte in termini di numero di arrivi e sulla base di una decisione che deve essere presa all'unanimità dai capi di Stato e di governo dell'Ue. Qualcosa che insomma molto difficilmente potrebbe verificarsi. Per contro, il compromesso prevede un inasprimento della responsabilità di cui devono farsi carico i paesi di primo ingresso, in particolare sul numero di anni (il testo prevede 5 anni) durante i quali hanno l'obbligo di riprendersi i richiedenti asilo che si trasferiscono in un altro Stato membro.

Il no di Salvini

Il neo ministro dell'Interno, Matteo Salvini, non dovrebbe essere all'incontro ma ha già annunciato il "no" dell'Italia. La sua assenza è stata criticata da più parti, e anche il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, pur non nominando direttamente il leader leghista ha ricordato con un tweet che "i ministri italiani devono essere sempre presenti alle riunioni in Europa per difendere gli interessi nazionali”, perché “servono fatti e non parole".

Con o senza Salvini comunque i ministri in Consiglio non potranno fare altro che prendere atto del loro (ulteriore) disaccordo, e il dossier passerà nelle mani dei capi di Stato e di governo al Consiglio europeo di fine giugno, a Bruxelles. I Paesi mediterranei temono che questa riforma, così debole, cambi molto poco o per nulla la situazione attuale, mentre il blocco dell'Europa centro orientale insiste sulla sua opposizione di principio alla possibilità che decisioni di politica comune Ue, prese a maggioranza qualificata (come prevede il Trattato) possano imporre a un Paese sovrano decisioni su chi ammettere sul proprio territorio. Nessuno sembra disposto a fare un passo incontro all'altro e lo stallo sembra difficilmente superabile.

La richiesta del Parlamento

Per questo il Parlamento europeo insiste sulla necessità di abbandonare la ricerca a tutti i costi del consenso per passare al voto a maggioranza qualificata e uscire dallo stallo. Ma la Commissione non vuole forzare la mano sul tema. "Legalmente è vero che queste decisioni possono essere decise sulla base della maggioranza qualificata, è nel trattato ed è la legge applicabile", ha ricordato il portavoce della Commissione, Margaritis Schinas, aggiungendo però che “tuttavia la posizione della Commissione è che l'opzione preferita sarebbe di arrivare a una decisione basata sul consenso".

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“È finito il tempo delle prese in giro”, ha tuonato l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle Laura Ferrara che ha detto di aspettarsi “grande serietà” dall'Europa. “L’Italia farà la sua parte garantendo tempi brevi e certi per le procedure delle domande di richiesta d’asilo, gli Stati membri tuttavia non devono fare i furbi spacciando per salvifica la riforma del regolamento di Dublino che invece, così come si sta prefigurando, appare come una trappola”, ha continuato l'europarlamentare secondo cui la riforma, per come si sta configurando “volta le spalle” al nostro Paese.

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