Resistenza agli antibiotici, Italia maglia nera Ue per mortalità. Corte Ue: "Pochi progressi"

Un decesso su tre dovuto ad infezioni batteriche incurabili in Europa avviene nel Belpaese. Allarme su cefalosporine e fluorochinoloni

Un trend in calo, ma pur sempre preoccupante. L’Italia si conferma il primo Paese europeo per casi di resistenza alle principali classi di antibiotici che portano, ogni anno, a 33mila decessi in tutta Europa dovuti a infezioni causate da batteri resistenti. Di questi, “oltre 10mila succedono in Italia”, fa notare Annalisa Pantosti, Responsabile della Sorveglianza sull’antibiotico-resistenza per l’Istituto Superiore di Sanità. 

Il problema a livello europeo 

Stando a una nuova relazione della Corte dei conti europea, la lotta dell’Ue contro i batteri multiresistenti, in particolare quelli che hanno sviluppato una resistenza agli antibiotici, ha registrato finora scarsi progressi in tutta l'Unione. La Corte Ue riconosce i passi avanti, specie in campo veterinario, ma rimprovera alle autorità italiana che “pochi elementi dimostrano una riduzione dell’onere sanitario determinato dalla resistenza antimicrobica”. Per tutta l'Ue, il prezzo da pagare in termini di maggiori costi sanitari e perdite di produttività è di 1,5 miliardi di euro.

Progressi non sufficienti

Per quanto riguarda l'Italia, “gli ultimi dati disponibili - sottolinea la Pantosti - mostrano che i livelli di antibiotico-resistenza e di multi-resistenza delle specie batteriche sotto sorveglianza sono ancora molto alti, nonostante gli sforzi notevoli messi in campo finora, come la promozione di un uso appropriato degli antibiotici e di interventi per il controllo delle infezioni nelle strutture di assistenza sanitaria”.

Le principali minacce

Tra i patogeni più pericolosi ci sono lo Staphylococcus aureus, Streptococcus pneumoniae e Enterococcus faecalis, che assieme ad altre cinque specie batteriche costituiscono la principale minaccia legata alla resistenza alle cure mediche. Inoltre nel Belpaese sono stati diagnosticati, solo nel 2018, oltre 2mila casi di infezioni nel sangue causate da enterobatteri produttori di carbapenemasi (CPE), ovvero di enzimi che distruggono i carbapenemi (una classe di antibiotici ad ampio spettro) evidenziano la larga diffusione nel nostro Paese di tali batteriemie (presenza di batteri nel sangue).

Sono questi i dati aggiornati, pubblicati in vista dell'imminente European Antibiotic Awareness Day (18 novembre) e della World Antibiotic Awareness Week (18-24 novembre), della Sorveglianza Nazionale dell'antibiotico-resistenza (AR-ISS) e della Sorveglianza delle CPE, coordinate entrambe dall'Istituto Superiore di Sanità

Punti deboli del Belpaese

Le percentuali di resistenza alle cefalosporine di terza generazione (29%) e ai fluorochinoloni (42%) in Escherichia coli si sono confermate di gran lunga maggiori rispetto alla media europea, anche se in leggero calo rispetto agli ultimi anni. 

Si è osservata inoltre una diminuzione significativa nella percentuale di isolati di Klebsiella pneumoniae resistenti ai carbapenemi, che sono passati dal 37% nel 2016 al 30% nel 2018, mentre per E. coli, anche se il valore si è confermato molto basso (0,6%), è risultato in leggero aumento rispetto agli anni precedenti. 

La resistenza ai carbapenemi è risultata frequente, anche se in diminuzione, nelle specie Pseudomonas aeruginosa (16%) e Acinetobacter (82%). Per Staphylococcus aureus, la percentuale di isolati resistenti alla meticillina (MRSA) si è mantenuta stabile intorno al 34%, mentre incrementi significativi si sono riscontrati nella percentuale di isolati di Enterococcus faecium resistenti alla vancomicina, passata dal 6% nel 2012 al 19% nel 2018. Per Streptococcus pneumoniae si è osservata una tendenza alla diminuzione sia per la percentuale di isolati resistenti alla penicillina che per quelli resistenti all'eritromicina. 

Regioni soggette al problema

L'Italia centrale è l'area con maggiore incidenza di casi segnalati ed è l'unica ad aver mostrato un aumento del tasso di incidenza rispetto al 2017: 4,4 casi su 100.000 residenti (nel 2017 erano 3,8 su 100.000), seguita dal Sud e dalle Isole (3,1 su 100.000 residenti) e dal Nord (2,8 su 100.000 residenti). Nel Centro, la regione con la più alta incidenza è il Lazio (5,9 su 100.000 residenti), nel Sud e Isole la Puglia (6 su 100.000 residenti) e nel Nord l'Emilia-Romagna (5,2 su 100.000 residenti). 

Soggetti a rischio

I soggetti maggiormente coinvolti sono maschi (65,2%), in una fascia di età compresa tra 60 e 79 anni (48,5%), ospedalizzati (86,1%) e, tra questi, la maggioranza si trova nei reparti di terapia intensiva (38,3%); il patogeno maggiormente diffuso è Klebsiella pneumoniae (97,7%) con enzima KPC (Klebsiella pneumoniae carbapenemasi); a fine 2018, si osserva però un aumento di altri enzimi, in particolare NDM (New Delhi metallo beta lattamasi).

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