Slittano i fondi del Recovery Fund per il veto di Polonia e Ungheria. Cosa succede adesso

I due Governi bloccano la procedura sul piano di ripresa e il bilancio pluriennale per via del meccanismo che bloccherebbe i fondi Ue ai Paesi che non rispettano lo Stato di diritto. Giovedì la riunione tra i leader

Dopo il veto arrivato oggi dai Governi di Polonia e Ungheria alla procedura di approvazione del Recovery Fund e del bilancio Ue dei prossimi 7 anni, i fondi di ripresa rischiano di accumulare ulteriori ritardi. Come se non bastasse, l’Ue potrebbe anche rimanere priva di un nuovo bilancio a partire da gennaio qualora i 27 Paesi non dovessero arrivare ad un accordo entro la fine dell’anno. A causare la rottura con i due esecutivi dell’Est Europa è stato il meccanismo sullo Stato di diritto. Lo strumento di tutela concordato tra la presidenza tedesca e il Parlamento europeo prevede lo stop ai fondi Ue per quei Paesi che non rispettano l’indipendenza della magistratura, la libertà dei media e una serie di parametri di legalità della spesa pubblica che vanno dalla lotta all’evasione agli strumenti anti-frode. Come annunciato all’indomani della sua approvazione, il premier ungherese Viktor Orban è fermamente contrario e minaccia di mandare all’aria l’intero negoziato degli ultimi mesi.

I fondi alla "democrazia illiberale"

Teoricamente si tratta di un meccanismo “neutro che si applica a tutti allo stesso modo”, ha sostenuto Manfred Weber, europarlamentare e presidente del gruppo del Partito popolare europeo. “Chiunque rispetti lo Stato di diritto non ha nulla da temere da questo meccanismo”, ha rassicurato il politico tedesco che nel pomeriggio si è visto costretto ad attaccare il suo alleato Ue Viktor Orban, presidente magiaro e membro dei Popolari con il suo partito Fidesz. Il Governo di Budapest, sostenuto dall’esecutivo conservatore di Varsavia, ha infatti posto il veto all’intero pacchetto sul bilancio europeo e sul Recovery Fund perché convinto che il meccanismo andrebbe a bloccare i fondi proprio all’Ungheria. In effetti, dalla prima relazione annuale della Commissione europea sullo Stato di diritto emergono profonde criticità proprio nei confronti di Varsavia e Budapest, rimproverate per le leggi che minano l’indipendenza del potere giudiziario e che danno troppi poteri agli esecutivi nazionali, a danno anche della libertà dei media e della lotta alla corruzione e all’evasione. Di qui la volontà delle istituzioni di Bruxelles di tutelare il bilancio evitando che le risorse, provenienti in gran parte dai contribuenti dell’Europa occidentale, vadano a dispersi o a rafforzare la “democrazia illiberale” di cui Orban si è fatto paladino.

La versione di Budapest

Lo stop di Budapest e Varsavia non è stato un fulmine a ciel sereno. Ad avvertire del probabile strappo era stato Zoltan Kovacs, portavoce del premier ungherese Orban. Nei minuti successivi alla decisione, Kovacs si è ‘sfogato’ su Twitter. “Non possiamo sostenere il piano nella sua forma attuale che lega i criteri dello Stato di diritto alle decisioni di bilancio: è il contrario delle conclusioni del Consiglio di luglio” ha scritto il portavoce. “Non è stata l'Ungheria a modificare la sua posizione”, ha aggiunto l’ungherese, “la nostra linea è stata chiara fin dall’inizio”. “Prima di partecipare al dibattito sul quadro finanziario pluriennale e il Next Generation EU”, ovvero il piano di ripresa che comprende il Recovery Fund, "il primo ministro Orban ha ricevuto dal Parlamento ungherese un mandato sulla direzione che dobbiamo prendere”, ha scritto con riferimento alla richiesta di assenza di condizionalità sullo Stato di diritto. “L'onere della responsabilità - ha concluso il portavoce - ricade su coloro che hanno dato origine a questa situazione nonostante la posizione ben articolata dell’Ungheria”.

Le conseguenze dello strappo

Ora i legislatori Ue si trovano di fronte a un bivio. Da una parte c’è la possibilità di andare avanti senza i Paesi dell’Est. Gli altri 25 Governi Ue potrebbero infatti approvare il pacchetto a maggioranza qualificata nonostante l’opposizione di Varsavia e Budapest. Però questo non farebbe altro che portare a un’ulteriore escalation nei rapporti tra Bruxelles e le due capitali dell’Est Europa e i nodi al pettine arriverebbero comunque al momento della ratifica nazionale del bilancio Ue, per la quale serve l’unanimità. Il dissenso espresso oggi dai due Governi viene definito dai funzionari Ue come “una questione politica”, impossibile da risolvere senza “un chiarimento a livello più alto”. Il primo banco di prova sulla tenuta dell’Unione nonostante lo scontro di oggi sarà la riunione dei ministri degli Affari europei in programma per domani. Ma il vero appuntamento da tenere d’occhio sarà la videoconferenza dei 27 leader in programma per giovedì. L’incontro in teoria dovrebbe servire ai capi di Stato e di Governo per fare il punto sulla situazione epidemiologica. Tuttavia, con il rischio che il Recovery Fund rimanga bloccato e che si arrivi al 2021 senza un nuovo bilancio è difficile che i leader Ue si limiteranno a parlare solo di zone rosse o gialle e di test rapidi. 

In Evidenza

Potrebbe interessarti

I più letti della settimana

  • Partecipa a orgia con 24 uomini, deputato del partito di Orban fermato dalla polizia a Bruxelles

  • Il 2020 è anche l'anno dell'elezione di Adolf Hitler (in Namibia)

  • Svizzera nuova Svezia? Senza lockdown ha dimezzato i contagi, ma è stato boom di morti

  • Pistola e lingotti d'oro nel comodino del premier bulgaro. Che si difende: “Colpa di una bella donna”

  • Recovery Fund senza Polonia e Ungheria: la minaccia di von der Leyen

  • "Alexa è antisemita", Amazon apre un'inchiesta sull'assistente virtuale

Torna su
EuropaToday è in caricamento