Recovery Fund, tornano alla carica i frugali e l'Ungheria. La Germania: "Ritardi inevitabili"

Le elezioni in Olanda e il pugno duro di Orban e Polonia provocano lo stallo nei negoziati. Fonti Ue: se si continua così i fondi per la ripresa potrebbero arrivare troppo tardi

L’ambasciatore tedesco a Bruxelles, Michael Clauss, l’ha detto chiaro e tondo. “Il programma” di approvazione del Recovery Fund “continua ad essere ritardato” e “già ora, saranno molto probabilmente inevitabili ritardi con conseguenze per la ripresa economica dell’Europa”. A far temere lo stallo nell’iter burocratico di approvazione del piano di ripresa è “il dibattito acceso sul meccanismo sullo Stato di diritto nell’Ue”, che dovrebbe legare l’assegnazione dei fondi al rispetto dell’indipendenza della magistratura e della libertà dei media nel Paese che chiede le risorse.

Contro questa eventualità si stanno battendo gli ‘osservati speciali’ per il mancato rispetto dello Stato di diritto, Polonia e Ungheria, che minacciano come forma di ritorsione di bloccare il Recovery Fund. Ma a insistere sul fatto che bisogna togliere risorse Ue a chi non calpesta i principi dello Stato liberale sono soprattutto gli Stati ‘frugali’, a partire da Paesi Bassi e Finlandia. E questo quindi sta creando un doppio stallo. Ma fonti europee paventano l'idea che dietro alla battaglia del governo dei Paesi Bassi di Mark Rutte, si nasconderebbero proprio “ragioni strumentali” volte a tardare l’avvio del Recovery Fund, avversato e poi accettato dal premier olandese solo al termine del lungo vertice di luglio. Soprattutto in vista delle elezioni previste per il prossimo marzo e con i sondaggi che mostrano che la linea dura sulle questioni economiche piace agli olandesi.

E così nella giornata di ieri in sede diplomatica è avvenuto lo strappo, con l’approvazione a maggioranza di un meccanismo di tutela dello Stato di diritto che accontenta solo chi vuole procedere più spedito verso l’assegnazione dei fondi, a partire da Italia, Francia e Spagna. Il Governo tedesco, al quale spetta la presidenza di turno del Consiglio Ue, ha infatti proposto un compromesso che annacqua la volontà espressa dai leader nel vertice di luglio di legare i nuovi fondi per la ripresa al rispetto dei valori Ue. Ma quanto deciso ieri scontenta anche Ungheria e Polonia, determinate a eliminare ogni riferimento allo Stato di diritto nei testi legislativi ancora in gestazione che determineranno l’assegnazione dei 750 miliardi che la Commissione europea prenderà in prestito dai mercati con l’emissione dei titoli comuni. 

Prima di procedere alla storica operazione finanziaria, che secondo alcuni analisti corrisponde alla vera affermazione di una politica fiscale unitaria, è necessario che Consiglio e Parlamento europeo arrivino a un compromesso sull’intero bilancio pluriennale Ue relativo al periodo 2021-2027, ma anche che i singoli Paesi diano il loro ok al piano di Recovery con l’aumento al tetto delle risorse proprie, le 'eurotasse' che nei prossimi decenni serviranno a ripagare il debito che farà la Commissione per conto degli Stati membri. C’è dibattito su quale dei due step - accordo sul bilancio o ratifica delle risorse proprie - sia necessario concludere prima. Di sicuro c’è solo che la ratifica richiede tempi diversi da Paese a Paese e in Germania si deve aspettare un mese per espletare l’intero iter. 

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Il calendario parla chiaro. Tutto il processo di approvazione del Recovery Fund e del bilancio pluriennale europeo deve concludersi entro dicembre per consentire a inizio gennaio di procedere all’emissione di titoli Ue per finanziare la ripresa. Sulla quale, è bene ricordarlo, pende ancora la spada di Damocle della seconda ondata.

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