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Il Recovery 'compie' un anno, ma i soldi non ci sono ancora. Ecco perché l’Italia aspetterà (almeno) fino a luglio

A due settimane dall’anniversario della storica proposta franco-tedesca, otto Paesi non hanno ancora ratificato la decisione. Incerta le data di stanziamento dei primi aiuti alla ripresa

Tra due settimane il Recovery Fund ‘compirà’ un anno, ma la Commissione europea deve ancora rivolgersi ai mercati per finanziare il maxi intervento economico. A segnare il primo compleanno del piano europeo di ripresa - poi approvato formalmente col nome di Next Generation Eu - è la data di presentazione della storica proposta dei Governi di Francia e Germania. Il 18 maggio 2020 la cancelliera tedesca, Angela Merkel, e il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, hanno infatti chiesto l’istituzione di un fondo di ripresa da 500 miliardi di euro in sussidi. 

L'attesa

Il meccanismo proposto all’epoca dai due leader è stato poi confermato nel piano finale: la Commissione europea prenderà la somma in prestito sui mercati finanziari per poi distribuirla tra gli Stati membri. A cambiare radicalmente sono stati invece gli importi, con un intervento totale da 750 miliardi, ma dei quali solo 390 saranno effettivamente sussidi a fondo perduto. Smaltita l’agguerrita trattativa del Consiglio europeo di luglio, quando i Paesi ‘frugali’ hanno ottenuto un pesante taglio della quota di contributi che non si dovranno restituire, i leader Ue più interessati al fondo di ripresa ora guardano con apprensione alle settimane che passano inesorabilmente senza che del Recovery Fund non si intraveda neanche il prefinanziamento. 

I Paesi in ritardo

Nonostante i proclami di alcuni ministri italiani all’indomani della presentazione del piano di ripresa e resilienza del Belpaese, il Governo di Roma dovrà ancora pazientare alcuni mesi prima di ricevere il prefinanziamento del 13 per cento di quanto spetta in totale all’Italia. Si parla all’incirca di 25 miliardi di euro che dovrebbero arrivare solo a luglio. Ma il condizionale è d’obbligo, dal momento che otto Paesi devono ancora ratificare la decisione sulle risorse proprie. Si tratta, in poche parole, delle nuove ‘eurotasse’ il cui gettito permetterà a Bruxelles di ripagare nei prossimi decenni i titoli che verranno immessi sui mercati per finanziare il Recovery Fund. 

Necessaria l'unanimità

Tra gli otto Paesi ritardatari c’è la Finlandia, che fino a pochi giorni fa rischiava di trovarsi nel bel mezzo di una crisi di Governo, ma anche la Polonia e l’Ungheria, ancora impegnate nel braccio di ferro con Bruxelles sul rispetto dello Stato di diritto. Un qualunque incidente, politico o diplomatico, potrebbe avere effetti nefasti per l’intera Unione europea. Per mettere in marcia il piano Next Generation Eu è infatti necessario l’ok di tutti gli Stati membri, nessuno escluso. Come ricorda oggi il Financial Times, il Recovery Fund “è stato un coraggioso passo avanti nell'integrazione dell'Ue, compiuto con notevole rapidità”. Tuttavia occorrerà aspettare “a fine estate prima che i soldi comincino ad arrivare”, nota con amarezza il quotidiano economico-finanziario.

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