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Quote rifugiati e Dublino, l'Ue resta divisa: soluzione solo dopo le elezioni italiane

Non sono bastate le pressioni di Germania, Commissione e Parlamento europeo. Gentiloni: “Non ci sono passi avanti”. Ma la sensazione è che Bruxelles attenda il voto di marzo. Quando la questione migranti potrà servire da leva. E non solo per i paesi dell'Est

C'è un filo sottile che lega le prossime elezioni politiche in Italia alla spaccatura in seno al Vertice Ue, dove ieri il gruppetto di paesi dell'Est (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia), con la sponda del presidente del Consiglio Donald Tusk, è riuscito a bloccare qualsiasi passo avanti sulla ripartizione dei rifugiati e sulla riforma del regolamento di Dublino. Il premier Paolo Gentiloni oggi ha ammesso la sconfitta: “Non ci sono passi avanti”. Ma al di là del tema sul tavolo e nonostante il sostegno dichiarato a mezzo stampa dalla cancelliera Angela Merkel e dalla Commissione Ue alle istanze di Palazzo Chigi, la sensazione è che ieri a Bruxelles sia stato mandato un messaggio all'Italia: l'accordo sulle nuove norme sui migranti dovranno essere discusse con chi salirà al potere dopo il voto di marzo. E non solo quelle.

La questione migranti

Sui media, finora, si è posto l'accento sulle divisioni in merito alle quote obbligatorie, ossia all'istituzione di un meccanismo di ripartizione permanente tra i vari Stati membri dei migranti che ottengono lo status di rifugiati. Ma basta dare uno sguardo ai numeri per capire che non puo' essere questo il vero tema che ha spinto un presidente fin qui attento a ritagliarsi un ruolo di arbitro imparziale come Tusk a sposare la linea di un fronte minoritario come quello dei paesi di Visegrad. Come ricorda Avvenire, “se è vero che solo 32.683 dei 160.000 richiedenti asilo originariamente previsti sono stati trasferiti da Italia e Grecia, è anche vero che ciò è dovuto all’insufficienza di persone idonee: e infatti sono rimasti da ricollocare solo 2.105 persone dall’Italia e 457 dalla Grecia”.

Possono 2.500 migranti portare a un muro contro muro come quello visto ieri a Bruxelles? O vi è altro in gioco? Di sicuro, restando in tema migranti, c'è il dibattito sulla riforma del Regolamento di Dublino: il Parlamento Ue ha proposto di superare il principio del paese di primo approdo. Che tradotto, significa che un migrante che arriva per esempio in Italia e fa richiesta d'asilo possa essere trasferito in tempi rapidi (e non dopo due anni come avviene finora) nel paese europeo per il quale ha fatto domanda d'accoglienza. E siccome è difficile pensare che un migrante preferisca l'Ungheria alla Germania, tanto per fare un altro esempio, ecco che ancora una volta appare difficile da interpretare il blocco di Visegrad. 

Il futuro dell'Unione economica e monetaria

Qualche elemento in più per dipanare la matassa puo' darcelo l'agenda del Vertice Ue di ieri: già, perché il tema dei migranti, a dispetto dei toni a mezzo stampa, non era forse quello più delicato per i leader europei. C'era il dibattito sul futuro dell'Unione economica e monetaria, che vuol dire fiscal compact, patto di stabilità e, allargandoci ai corollari, fondo unico di risoluzione per le crisi bancarie. Significa, in altri termini, parlare di come l'Europa intenderà affrontare le sue politiche economiche, aprendo a una maggiore flessibilità delle regole di bilancio oppure restando sul cammino del rigore. E qui le divisioni, come ha ricordato indirettamente Tusk ieri al suo arrivo al summit, sono tra il Sud e il Nord dell'Europa, e non tra l'Est e l'Ovest come sui migranti. Senza dimenticare la partita della politica di coesione, che dovrà essere riformata e ricalibrata anche a seguito della Brexit (e della riduzione dei contributi dal Regno Unito alle casse di Bruxelles). 

Su questi temi, la posizione dell'Italia con Renzi e Gentiloni è stata quella di una richiesta di maggiore flessibilità, ma restando all'interno del rispetto delle regole (soprattutto del deficit). Ma il Pd è in calo nei sondaggi, mentre crescono le quotazioni del centrodestra e del M5S. Cosa succedera dopo il voto, se a prescindere dalle coalizioni, aumenterà il peso sulle decisioni di politica economica di un Salvini o di un Di Maio, che hanno già annunciato di voler abbattere il tetto del 3% di deficit? La Germania, in quel caso, sarà ancora al fianco del nostro Paese nella battaglia per una maggiore solidarietà interna sui migranti? 

Il voto italiano

Ecco perché il sospetto che circola oggi a Bruxelles è che in fondo, se Tusk si è “permesso” di andare contro le posizioni di Germania e Commissione Ue, è perché sapeva che uno stallo sui migranti conviene a tanti, non solo al gruppo di di Visegrad (e alla “sua” Polonia). Le quote e la riforma di Dublino possono essere una leva politica da usare. Lo stanno facendo oggi i paesi dell'Est. Ma questa leva potrebbe tornare utile anche a qualcun altro, magari proprio a Berlino e a Bruxelles, magari dopo marzo. Quando sulla scena europea potrebbero soffiare nuovi venti populisti. Provenienti da Roma.

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