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Foto Ansa/Stefano Sacchettoni

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Altro che priorità a notai, giornalisti e avvocati, in Uk neanche insegnanti e poliziotti saltano la fila

Gli esperti di Londra hanno sottolineato che una campagna basata sulle professioni sarebbe più lenta e non raggiungerebbe l'obiettivo più importante: proteggere le categorie più a rischio che sono gli anziani e le persone affette da altre patologie. E i dati sembrano dare loro ragione

Con la scarsità di dosi e il piano di vaccinazione che stenta a decollare, adesso anche rallentato dal caos AstraZeneca, in Italia diverse categorie di lavoratori hanno provato a fare pressione per essere vaccinate in via prioritaria in diverse regioni. Se a livello nazionale, oltre ovviamente a medici e infermieri, è stata data la precedenza a insegnanti e forze dell'ordine, visto che lavorano a stretto contatto con le persone, in Toscana sono riusciti a 'saltare la fila' anche gli avvocati. In Campania avevano avuto il via libera alcuni giorni fa anche i giornalisti, anche se poi la decisione è stata bloccata. Addirittura i notai si sono fatti avanti in diverse parti d'Italia, non si capisce bene per quale rischio, e i commercianti, molti dei quali in effetti durante tutta la pandemia hanno continuato a lavorare, almeno nei negozi di alimentari, anche durante il lockdown più duro.

Nel Regno Unito, il Paese europeo in cui le vaccinazioni stanno procedendo più in fretta, e da cui forse avremmo qualcosa da imparare, non sono stati inseriti tra le categorie prioritarie nemmeno le forze dell'ordine e gli insegnanti, nonostante da una settimana ormai siano state riaperte tutte le scuole. “Non sarebbe la cosa morale da fare”, aveva detto nel motivare la decisione il Segretario di Stato alla Sanità, Matt Hancock, sottolineando che dare priorità a una categoria lavorativa piuttosto che un'altra “avrebbe complicato il piano”, e non avrebbe portato il risultato sperato, che è quello di “ridurre il numero di persone che muoiono a causa del coronavirus usando il vaccino come protezione”. La linea del governo di Boris Johnson, dettata dagli esperti del Joint Committee on Vaccination and Immunization (JCVI), un comitato consultivo di esperti indipendenti che fornisce consulenza su temi sanitari, è stata fin dal principio che la precedenza doveva essere data alle categorie più vulnerabili, a partire dagli anziani perché “il rischio aumenta esponenzialmente con l'età”. Subito dopo ci sono le persone affette da altre patologie che li rendono particolarmente vulnerabili al Covid-19.

La logica dietro questa scelta è che riducendo i contagi tra le persone a rischio si sarebbe ridotta la mortalità e le ospedalizzazioni, dando al sistema sanitario modo di respirare e permettendo quindi di affrontare la pandemia in maniera più efficace. E i dati, con oltre 24 milioni di persone che hanno ricevuto almeno la prima dose, sembrano dare ragione a questa scelta. Se le persone ricoverate a gennaio erano più di 35mila, l'ultimo bollettino afferma che ora sono solo ottomila. Al picco della seconda ondata i decessi erano più di mille al giorno, adesso sono intorno ai cinquanta. Le persone ricoverate in ospedale con a malattia sono ottomila, a gennaio erano più di 35mila. E anche ora che i cinquantenni sono quasi stati tutti vaccinati e tra poco toccherà alle persone dai 40 ai 49 anni, la linea non cambia, e neanche adesso verrà data priorità a poliziotti o insegnanti.

Il professor Wei Shen Lim, capo del JCVI per la pandemia di Covid-19, ha detto che l'età "rimane un fattore dominante" e che mantenere questa linea rende il programma più "semplice". La semplicità, ha aggiunto, “è stata una pietra miliare in termini di velocità e successo”, della campagna di vaccinazione mentre “un programma basato sull'occupazione non è mai stato testato”, e potrebbe “causare più ritardi”. Per il professore "continuare l'implementazione basata sull'età fornirà i maggiori benefici nel più breve tempo possibile, anche a coloro che svolgono professioni a più alto rischio di esposizione".

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